Come si è trovato un compromesso sull’aumento delle spese militari

Le risorse destinate alla difesa raggiungeranno il 2 per cento del Pil, ma non prima del 2028
ANSA/GIUSEPPE LAMI
ANSA/GIUSEPPE LAMI
Il 30 marzo la maggioranza che sostiene il governo ha trovato un accordo sulle tempistiche da seguire per aumentare la spesa militare fino a raggiungere il 2 per cento del Pil, sbloccando così anche la conversione in legge del decreto “Ucraina”, avvenuta il giorno successivo in Senato.

Nelle ultime settimane la questione è stata al centro del dibattito politico italiano, creando non poche tensioni nella maggioranza. Inizialmente sembrava infatti che il governo e il Parlamento fossero intenzionati a rispettare gli accordi presi con la Nato e raggiungere l’obiettivo del 2 per cento entro il 2024, aggiungendo quindi in meno di due anni circa 13 miliardi di euro alla nostra spesa militare attuale. 

La ferma opposizione del Movimento 5 stelle ha però portato a una soluzione di compromesso, condivisa anche dal ministro della Difesa Lorenzo Guerini (Partito democratico) e dal presidente del Consiglio Mario Draghi, per incrementare gradualmente le spese e raggiungere il 2 per cento del Pil indicativamente entro il 2028. 

Aumento sì, ma in sei anni

La proposta di spostare l’orizzonte temporale dal 2024 al 2028 è stata discussa negli ultimi giorni dal governo e dal Movimento 5 stelle. Il 30 marzo Conte ha spiegato che il suo partito intende rispettare gli impegni presi con la Nato – e da lui stesso rinnovati due volte, nel 2018 e nel 2019, in veste di presidente del Consiglio – allungando però i tempi fino «al 2030». Lo stesso giorno Guerini, intervistato dall’Ansa, ha invece sostenuto che i graduali aumenti alle spese militari avviati nel 2019 permetteranno di raggiungere l’obiettivo del 2 per cento «entro il 2028». Questa soluzione di compromesso è stata accolta positivamente dal segretario del Partito democratico Enrico Letta e anche dal Movimento 5 stelle, che sulla sua pagina Facebook ha definito la proposta di Guerini un «buon passo avanti verso la sostenibilità e la gradualità, da noi sempre richiesta»

Il 31 marzo, durante una conferenza stampa con l’Associazione stampa estera, a Roma, anche Draghi si è detto «molto soddisfatto» del raggiungimento di un accordo per incrementare le spese militari e fino al 2 per cento del Pil entro il 2028. 

Al momento però l’intesa non è stata formalizzata e le cose potrebbero cambiare. Per esempio, secondo un’esclusiva di Bloomberg, il governo italiano starebbe considerando di aggiungere già quest’anno 1,5 miliardi di euro al budget della difesa, che oggi si aggira intorno ai 25 miliardi di euro. Entro il prossimo 10 aprile il governo presenterà il Documento di economia e finanza (Def), che dovrebbe contenere un riferimento alla necessità di aumentare le spese militari, anche considerando gli sviluppi della guerra in Ucraina, senza però riportare cifre precise. Il 31 marzo il presidente del Consiglio Draghi ha però dichiarato che «nel Def non è previsto che ci sia nessuna indicazione specifica per le spese militari».

Che cosa è successo in Parlamento

In un primo momento le forze politiche sembravano essere concordi sulla necessità di rafforzare il budget per la difesa. Il 16 marzo infatti, durante la discussione sulla conversione in legge del decreto “Ucraina”, la Camera ha approvato a larga maggioranza un ordine del giorno che impegnava il governo «ad avviare l’incremento delle spese per la Difesa verso il traguardo del 2 per cento del Pil», pur senza indicare un limite temporale preciso. Il governo aveva poi accolto l’odg, segnalando quindi la volontà di tener fede agli impegni Nato, ma nei giorni successivi la maggioranza si è divisa e, come abbiamo visto, il Movimento 5 stelle ha cambiato la propria posizione. 
Durante la successiva discussione del decreto “Ucraina” nelle commissioni Esteri e Difesa del Senato, la Lega non ha ripresentato l’odg già approvato alla Camera, il cui testo è però stato sostanzialmente riproposto da Fratelli d’Italia, all’opposizione, con un nuovo ordine del giorno accolto dal governo senza votazione. I senatori del M5s presenti alla discussione hanno criticato la mossa di Fdi chiedendo che l’ordine del giorno fosse sottoposto a votazione, ma la senatrice Isabella Rauti (Fdi), che ha presentato l’odg, ha volutamente negato l’autorizzazione a procedere con il voto.

Il giorno successivo, il 30 marzo, il testo è arrivato in aula al Senato senza relatore. La senatrice Roberta Pinotti (Pd), presidente della Commissione Difesa, ha infatti riferito che il parere della Commissione Bilancio – presieduta da Daniele Pesco, del Movimento 5 stelle – è arrivato troppo tardi, e quindi le commissioni Esteri e Difesa non hanno avuto il tempo necessario per concludere l’esame e «votare il mandato al relatore a riferire in aula». 

Come previsto dal regolamento, in assenza di un relatore il Senato ha dovuto discutere la versione del decreto “Ucraina” approvata alla Camera, mentre sono decaduti tutti gli emendamenti e gli ordini del giorno presentati in seguito, compreso quello di Fratelli d’Italia sull’aumento delle spese militari. Alla fine della seduta è stato deciso di porre la questione di fiducia sul testo, che è stato approvato nella mattinata del 31 marzo con 214 voti favorevoli e 35 contrari. 
L’assenza degli ordini del giorno ha risolto di fatto la difficile posizione del Movimento 5 stelle, che per giorni si è diviso tra la necessità di approvare il testo per non far cadere il governo e la ferma opposizione a un aumento repentino delle spese militari.

Dove troveremo le risorse?

Non è chiaro al momento da dove arriveranno i fondi necessari per aumentare gli investimenti nella difesa fino a raggiungere il 2 per cento del Pil. Potrebbero essere raccolti tramite l’aumento delle imposte, un’ipotesi più volte esclusa da Draghi in passato, oppure aumentando il debito pubblico, che però nel 2021 già superava il 150 per cento del Pil ed è da anni tra i più alti dell’Unione europa, secondo solo a quello greco. 

Un’alternativa potrebbe essere quella di ridurre le risorse attualmente destinate a un certo settore – come per esempio la sanità, l’istruzione, o le pensioni – e aumentare al suo posto quelle per la difesa. Questi fondi non sarebbero necessariamente utilizzati per l’acquisto di nuove armi, ma potrebbero anche andare a finanziare programmi di ricerca e sviluppo con ricadute civili. 

Infine, un’altra possibilità per finanziare in breve tempo l’aumento di 13 miliardi di euro delle spese militari sarebbe quella di rimodulare i fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) finanziato con risorse europee per far fronte alla crisi causata dalla pandemia. Alcuni fondi destinati alla digitalizzazione, per esempio, potrebbero essere utilizzati per migliorare le infrastrutture tecnologiche dell’esercito.

Modificare il Pnrr, già approvato dalla Commissione europea, è teoricamente possibile, ma prevede un processo burocratico lungo e laborioso e ulteriori trattative con l’Unione europea. Le modifiche devono infatti essere causate da «circostanze oggettive» che non permettono di tener fede agli impegni presi finora. Il nuovo piano dovrebbe quindi essere presentato al Parlamento italiano e poi inviato nuovamente alla Commissione europea, che deve valutarlo ed eventualmente dare il via libera. 

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