È vero che il ponte sullo Stretto creerebbe 120 mila posti di lavoro?

Questo dato è stato rilanciato di recente da Matteo Salvini, ma da almeno vent’anni circolano stime diverse, da prendere con molta prudenza
ANSA/LUCA ZENNARO
ANSA/LUCA ZENNARO
Da anni i politici favorevoli alla costruzione del ponte sullo Stretto di Messina sostengono che la realizzazione dell’opera porterebbe come beneficio la creazione di decine di migliaia di posti di lavoro. Di recente, ospite a Quarta repubblica su Rete 4, il leader della Lega Matteo Salvini ha per esempio dichiarato (min. 8:35) che il ponte sullo Stretto creerebbe «120 mila posti di lavoro», un dato che circola da tempo.

Quanto è affidabile questa stima? Abbiamo verificato e questo dato, come gli altri rilanciati in passato sui posti di lavoro creati dal ponte, va preso con molta prudenza.

Tanti numeri, pochi dati

Secondo il sociologo Aurelio Angelini, che ha scritto il libro Il mitico ponte sullo Stretto di Messina, pubblicato da FrancoAngeli nel 2011, una delle prime stime sulla creazione dei posti di lavoro creati dall’opera risale al 2001. In occasione delle elezioni politiche di quell’anno, poi vinte dalla coalizione di centrodestra guidata da Silvio Berlusconi, alcuni giornali riportavano che secondo il centrosinistra, guidato da Francesco Rutelli, l’opera sarebbe stata completata in dieci anni e avrebbe creato 17 mila nuova posti di lavoro in sette anni. Questi sarebbero potuti arrivare a 50 mila, considerando anche gli occupati dell’indotto, ossia le attività economiche che indirettamente avrebbero potuto beneficiare della costruzione del ponte. 

Con il tempo le stime sono via via cresciute. Dieci anni dopo, nel 2011, l’allora ministro delle Infrastrutture del secondo governo Berlusconi, Altero Matteoli, aveva dichiarato che, «secondo stime caute», la costruzione del ponte sullo Stretto avrebbe creato «40 mila posti di lavoro l’anno». La stessa cifra è stata poi riproposta nel 2014 da Pietro Salini, amministratore delegato di Impregilo, l’azienda principale nel consorzio Eurolink che avrebbe dovuto guidare i lavori per la realizzazione del ponte, prima del blocco del progetto deciso nel 2012 dal governo guidato da Mario Monti. 

Nel 2016, l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi (al tempo segretario del Partito democratico, oggi leader di Italia viva) aveva alzato ulteriormente l’asticella, affermando che il ponte sullo Stretto avrebbe potuto creare «100 mila posti di lavoro», senza specificare la fonte del dato o quanti dei nuovi occupati sarebbero stati direttamente collegati al ponte, e quanti invece all’indotto.

Da dove arriva la stima dei «120 mila» posti di lavoro

Negli ultimi anni ha iniziato a circolare una stima secondo cui il ponte sullo Stretto creerebbe 118 mila posti di lavoro. Con tutta probabilità è a questo dato che ha fatto riferimento Salvini in tv, arrotondando la cifra a «120 mila posti di lavoro». Anche in questo, non è chiaro a come si è giunti a questa stima.

La cifra è stata diffusa in passato da Webuild, il nuovo nome dell’azienda Salini-Impregilo, nota, tra le altre cose, per aver gestito la costruzione del ponte San Giorgio a Genova, dopo il crollo del ponte Morandi ad agosto 2018. Da anni Webuild è coinvolta nella possibile costruzione del ponte sullo Stretto di Messina e propone, in sostanza, l’attuazione dello stesso progetto che era stato appaltato nel 2005 al consorzio Eurolink – di cui, ricordiamo, Impregilo era la principale impresa coinvolta – per poi essere accantonato. 

Sul sito di Webuild si legge che il ponte sullo Stretto è «un’infrastruttura essenziale per rilanciare lo sviluppo del Sud Italia e per il futuro del Paese», dal valore di 2,9 miliardi di euro, che salgono a 7,1 miliardi «considerando il progetto complessivo con tutte le opere connesse nelle aree interessate, con la metro di Messina, opere di sistemazione idrogeologica per le montagne circostanti, strade di accesso, strutture per far passare treno e macchine». Il gruppo afferma inoltre che il ponte darebbe occupazione a «118 mila persone», senza specificare a quante in modo diretto e quante invece per via delle attività secondarie legate al ponte. Secondo un articolo dell’AdnKronos di marzo 2021, di queste 118 mila assunzioni, 20 mila potrebbero avvenire immediatamente dopo l’avvio dei lavori. In un’intervista a Stasera Italia dell’aprile 2021 Salini, attuale amministratore delegato di Webuild, aveva detto (min. 6:00) invece che il ponte creerebbe «100 mila posti di lavoro», di cui «30 mila quest’anno». 

Non è chiaro da dove arrivino queste stime, ma è probabile che siano legate al progetto di Eurolink, approvato ormai 17 anni fa. Abbiamo contattato Webuild per chiedere maggiori dettagli, ma al momento della pubblicazione di questo articolo non abbiamo ricevuto risposta. In ogni caso, la stima sembra provenire da un attore direttamente coinvolto dalla possibile realizzazione del ponte e non da un ente terzo indipendente.

Ricapitolando: almeno dal 2001 in poi, sono circolate diverse stime sui posti di lavoro che potrebbero essere creati grazie alla costruzione del ponte sullo Stretto di Messina, proposti da vari leader politici ed esponenti di società potenzialmente coinvolte nella costruzione dell’infrastruttura. Non è chiaro però su quali dati siano basate queste cifre, e spesso non viene fatta una distinzione tra posti di lavoro diretti e indiretti, legati quindi alle attività accessorie che ruoterebbero intorno al ponte e non alla sua costruzione vera e propria.

Il futuro del ponte

In generale, non è detto che se il prossimo governo dovesse decidere di costruire effettivamente il ponte sullo Stretto di Messina, utilizzerebbe necessariamente il progetto di Eurolink. Ad aprile 2021, un gruppo di lavoro istituito appositamente presso il Ministero per le Infrastrutture ha presentato una relazione che valuta favorevolmente la costruzione del ponte, affermando però che dal punto di vista tecnico la soluzione migliore sarebbe una «struttura aerea a più campate», e non a campata unica come proposto da Webuild. Per campata si intende la distanza compresa tra i due piloni portanti del ponte: i ponti a campata unica sono noti anche come “ponti sospesi” e quello sullo Stretto di Messina, se venisse realizzato, sarebbe tra i più lunghi al mondo costruiti con questa tecnica.

L’idea di costruire un ponte a campata unica sembra che stia progressivamente perdendo terreno. A gennaio 2022 il Ministero ha avviato infatti la realizzazione di un nuovo studio di fattibilità tecnico-economica per la valutazione di diverse ipotesi, tra cui quella del «ponte aereo a più campate», affidato a Italferr, società controllata interamente da Ferrovie dello Stato. Il 15 ottobre 2022 il ministro delle Infrastrutture Enrico Giovannini ha affermato che lo studio non sarà pronto prima del 2023 e che l’obiettivo è quello di sostituire il progetto a campata unica con un progetto «a tre campate», dal momento che il progetto di Webuild «non è più attuale» e «va adeguato alle vigenti normative di sicurezza e ai vincoli ambientali». In ogni caso, la modifica del progetto del ponte porterebbe anche a una modifica delle stime sui i posti di lavoro creati dalla costruzione dell’infrastruttura.

Le tesi dei contrari

Non tutti sono convinti che la costruzione del ponte sullo Stretto possa portare alla creazione di migliaia di nuovi posti di lavoro, anzi: secondo alcuni, la realizzazione dell’opera comporterebbe alla lunga una perdita occupazionale per il territorio.

Varie associazioni ambientaliste, per esempio, sono da tempo schierate contro la realizzazione dell’opera. Come riportato da Angelini, nel 2003 Legambiente, Italia nostra e Wwf Italia presentarono un intervento alla Corte costituzionale nel quale si affermava come la «sola cosa certa» che avrebbe comportato la realizzazione del ponte sarebbe stata «una perdita netta di 764 posti di lavoro: infatti gli addetti ai traghetti che rischiavano di essere licenziati erano 1.234, mentre a regime il ponte necessiterebbe di soli 480 addetti».

Queste cifre si ritrovano anche in una relazione tecnica elaborata nel 2001 da un consorzio formato, tra gli altri, dalla società di consulenza Pricewaterhouse Coopers e dal Centro di economia regionale, dei trasporti e del turismo dell’Università Bocconi. Lo studio afferma che la costruzione del ponte avrebbe causato la perdita di «1.234 addetti fra lavoratori del traghettamento automobilistico e ferroviario», mentre le attività legate alla gestione e manutenzione del ponte genererebbero solo 480 posti di lavoro, con una «perdita netta» di 764 posti di lavoro. Considerando invece non solo le attività dirette, ma anche quelle indirette, il ponte creerebbe poco più di 14.500 occupati l’anno per nove anni, con sette anni di cantiere.

La teoria secondo cui il nuovo ponte porterebbe dei danni al sistema del trasporto via mare, con la conseguente perdita di posti di lavoro tra gli addetti ai traghetti, è stata ripresa anche da uno studio del 2010 redatto dal Centro studi per l’area dello Stretto di Messina “Fortunata Pellizzeri” e da “Rete No Ponte”, secondo cui «il saldo occupazionale del ponte è, a regime, negativo», dal momento che «l’occupazione stabile creata dal ponte non supererà le 220 unità» mentre la perdita prevista sarebbe di «1.100 posti di lavoro nel settore del traghettamento».

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