Cosa (non) prevede l’accordo sulle gare per le concessioni balneari

I partiti hanno trovato un compromesso, ma toccherà al governo risolvere alcuni nodi, con il rischio di nuovi intoppi
ANSA/Lorenzo Padova
ANSA/Lorenzo Padova
Il 26 maggio la Commissione Industria del Senato ha approvato il testo del disegno di legge annuale sulla concorrenza, con alcune modifiche rispetto a quello presentato a inizio novembre dal governo. Il provvedimento, fondamentale per ricevere le risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), è ora atteso per il voto dell’aula lunedì 30 maggio e dopo l’approvazione passerà alla Camera.

Tra le altre cose, il disegno di legge sulla concorrenza contiene un’intesa per mettere a gara le concessioni balneari – di mari, laghi e fiumi – non oltre il 2023, come stabilito a novembre scorso da una sentenza del Consiglio di Stato, l’ultimo grado della giustizia amministrativa, oltre che dalle regole europee (o meglio, dalla cosiddetta “direttiva Bolkestein”). 

In realtà l’accordo sulle concessioni, frutto di un compromesso tra i partiti che sostengono il governo guidato da Mario Draghi, ha ancora diversi punti in sospeso.

Che cosa è stato deciso

Il meccanismo con cui si è deciso di intervenire sulle concessioni balneari è quello della cosiddetta “delega”. In parole semplici, nel disegno di legge sulla concorrenza la Commissione Industria del Senato ha fissato alcuni criteri e principi generali che il governo dovrà seguire, attraverso i decreti legislativi, per dettagliare la messa a gara delle concessioni. 

Più nello specifico, l’accordo prevede che le concessioni balneari scadranno entro la fine del 2023 e che per il rinnovo serviranno gare pubbliche. Ci sono però delle eccezioni: nei comuni che dovessero incontrare impedimenti oggettivi sullo svolgimento delle gare, per esempio in seguito a contenziosi con i gestori, le concessioni potranno essere allungate ancora fino alla fine del 2024.

L’oggetto di scontro maggiore tra i partiti ha riguardato una questione economica, ossia quella degli indennizzi da riconoscere ai gestori che, in seguito a una gara, dovessero perdere le concessioni. Il testo che arriverà al voto del Senato, di fatto, rimanda al governo la definizione di come avverranno questi indennizzi, che in ogni caso spetteranno al gestore subentrante. 

Il percorso del disegno di legge sulla concorrenza non è dunque ancora spianato. Ora il testo dovrà ricevere il via libera del Senato, poi passerà all’esame della Camera, dove dovranno essere sciolti alcuni nodi non affrontati a Palazzo Madama, tra cui la revisione delle norme sul trasporto pubblico non di linea, che agitano la categoria dei taxisti. Dopo il via libera del Parlamento, il governo dovrà intervenire entro sei mesi con i decreti legislativi e non si esclude che qui possano esserci ulteriori divisioni tra i partiti. Come spiega Public Policy, saranno coinvolti almeno sei ministeri, più la Conferenza unificata che riunisce lo Stato e le Regioni.

Il 26 maggio, in una conferenza stampa, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha definito una «notizia positiva» l’accordo sul disegno di legge sulla concorrenza, ringraziando «tutti i partiti». Fratelli d’Italia, all’opposizione, ha criticato l’accordo, così come le associazioni di categoria. «Le forze politiche sono state incapaci di trovare una mediazione tra il governo che voleva calcolare gli indennizzi solo sugli investimenti non ammortizzati e le associazioni di categoria che invece chiedevano il riconoscimento dell’intero valore aziendale», scrive il sito di settore Mondo balneare. «Con tutta probabilità, il tema dovrà dunque essere risolto nella prossima legislatura e sarà per l’ennesima volta oggetto di promesse da campagna elettorale».

Dopo l’intesa sulle concessioni balneari, è stato sbloccato anche l’esame della riforma del fisco, ferma alla Camera da inizio aprile. Su questa riforma, contenuta nel Pnrr ma non legata all’erogazione dei soldi europei, era già stato raggiunto un accordo a inizio maggio tra il governo e i partiti di centrodestra. Anche per questo provvedimento vale quanto scritto sopra: trattandosi di un disegno di legge delega, gli interventi concreti che riformeranno il fisco spetteranno poi a provvedimenti del governo.
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