Pubblicato: martedì 26 gennaio 2021
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Lombardia e zona rossa: gli errori di Fontana e Moratti in 4 fact-checking

Negli ultimi giorni si sta consumando uno scontro tra la Regione Lombardia, il governo e l’Istituto superiore di sanità (Iss) sui fatti che il 24 gennaio hanno riportato, dopo una settimana, la regione guidata dal leghista Attilio Fontana da zona rossa a zona arancione.

In breve: secondo Fontana e alcuni membri della sua giunta, la Regione Lombardia è stata messa in zona rossa perché le autorità centrali hanno commesso degli errori di calcolo nel valutare l’andamento dell’epidemia. Secondo l’Iss e il governo, invece, il ritorno in zona arancione è dovuto al fatto che la Regione Lombardia ha rettificato dei dati sui contagi, che nelle settimane scorse aveva comunicato in maniera parziale.

La versione di Fontana sta in piedi? Abbiamo verificato alcune dichiarazioni fatte in questi giorni dal governatore leghista e dalla neo-assessora al Welfare, nonché vicepresidente di regione, Letizia Moratti. Le loro argomentazioni, come vedremo, non sono supportate dalle evidenze raccolte fino ad oggi e dai numeri a disposizione.

L’uscita dalla zona rossa non è merito della Lombardia

«Se da domani la Lombardia tornerà in zona arancione, lo deve esclusivamente al fatto che noi abbiamo evidenziato, sottolineato e contestato i conteggi che erano stati fatti dal Governo» – Attilio Fontana, presidente Regione Lombardia, 23 gennaio (Conferenza stampa, min. 3:07)

La prima linea difensiva di Fontana è stata di quella di prendersi il merito del cambio del colore, accusando le istituzioni nazionali di aver commesso un errore nei calcoli. Questa argomentazione però è parziale e fuorviante: vediamo perché, partendo con un po’ di contesto e dando una versione più semplice dei fatti.

Da novembre scorso, le regioni italiane sono divise in tre colori diversi – con misure più o meno restrittive – a seconda dell’andamento dell’epidemia: rosso, arancione e giallo. Come abbiamo spiegato in passato, i dati per stabilire quale colore attribuire alle varie regioni sono contenuti in un monitoraggio condotto settimanalmente dalla primavera 2020 da Iss e Ministero della Salute. Semplificando: la scelta di introdurre diverse misure restrittive dipende dall’andamento di 21 indicatori (tra cui, ad esempio, quelli sulla capacità di fare test e sull’occupazione ospedaliera), dall’indice Rt e – da qualche settimana – dal numero dei casi in rapporto alla popolazione.

Generalmente, il monitoraggio esce il venerdì, giorno in cui si stabiliscono gli eventuali nuovi colori delle regioni, ma nei giorni precedenti l’Iss raccoglie i dati dalle regioni e vengono fatte le dovute verifiche per avere statistiche il più possibile consolidate e affidabili.

Veniamo all’attualità. Mercoledì 13 gennaio l’Iss ha calcolato l’indice Rt della Regione Lombardia per la settimana tra il 4 e il 10 gennaio e le ha notificato l’esito della valutazione. L’indice era risultato essere pari a 1,4 (con un intervallo di confidenza compreso tra 1,38 e 1,43): in parole semplici, 10 contagiati in Lombardia ne infettavano in media altri 14. Questo livello di Rt – combinato con gli altri indicatori citati in precedenza e l’incidenza dei casi – ha fatto sì che la regione fosse poi collocata in zona rossa il 16 gennaio.

A questo punto la Regione Lombardia ha contestato le valutazioni dell’Iss e del Ministero della Salute e dopo una settimana, da domenica 24 gennaio, è tornata in zona arancione. Ma Fontana sbaglia ad assumersi il merito del cambio di colore: questa scelta è stata diretta conseguenza di una rettifica operata il 20 gennaio dalla Regione sul flusso dati che essa stessa aveva inviato il 13 gennaio all’Iss. Il problema non sono stati «i conteggi che erano stati fatti dal governo» – per citare le parole di Fontana – ma i dati incompleti inviati dalla Regione Lombardia nei giorni precedenti.

Nello specifico (ci torneremo nel dettaglio più avanti) il 20 gennaio l’Assessorato al Welfare della Regione Lombardia ha inviato all’Iss una versione aggiornata dei dati già presentati il 13 gennaio, richiedendo contestualmente un ricalcolo dell’indice Rt. Questa versione dei fatti è stata confermata sia dall’Iss, sia da un’e-mail inviata il 19 gennaio dall’Assessorato lombardo al Welfare all’Iss, dove si legge: «Con la presente, a seguito delle odierne interlocuzioni, si richiede che venga eseguito un calcolo dell’indice Rt sintomi recependo le modifiche a livello tecnico relative al conteggio dei pazienti guariti e deceduti» (Figura 1).

Figura 1. L’email del 19 gennaio inviata da Regione Lombardia a Iss

Con i nuovi dati, il valore dell’indice Rt per la settimana 4-10 gennaio è sceso così a 0,88. L’estremo inferiore dell’intervallo di confidenza associato al calcolo dell’indice Rt – quello preso in considerazione nella valutazione di colori – è drasticamente diminuito da 1,38 a 0,84: questo dato, associato all’incidenza di casi 133,3 casi per 100 mila abitanti e alla valutazione complessiva di rischio “Alto”, ha permesso alla Regione Lombardia di tornare in zona arancione.

Ricapitolando: il cambio del colore non è seguito al fatto che le «ragioni» della Regione Lombardia siano state accettate, quanto piuttosto alla rettifica dei dati forniti dall’amministrazione Fontana.

La rettifica dei dati della Regione Lombardia

«I tecnici dell’Iss, parlando con i tecnici dell’Assessorato al Welfare, richiesero di dare dei dati, di valorizzare alcuni dati, di implementare alcune nozioni, su loro richiesta. Noi non abbiamo mai sbagliato a dare i nostri dati, non abbiamo mai rettificato i nostri dati: abbiamo semplicemente risposto a una richiesta che proveniva dall’Iss» – Attilio Fontana, presidente Regione Lombardia, 23 gennaio (Conferenza stampa, min 6:40)

Per capire quali dati sono stati modificati dalla Regione Lombardia bisogna entrare un po’ più nel tecnico: anche in questo caso, la dichiarazione fatta il 23 gennaio da Fontana in conferenza stampa è imprecisa e fuorviante.

In breve: una rettifica dei dati da parte della Regione Lombardia c’è stata. Il problema riguardava l’assenza nel database inviato dalla Lombardia all’Iss di alcune statistiche – quelle relative alla sintomaticità dei contagiati – che permettono di calcolare con maggiore affidabilità l’indice Rt. Dopo l’ingresso in zona rossa, la regione ha mandato dei nuovi dati all’Iss e questo ha permesso di tornare in zona arancione. Questa lacuna nei dati della Lombardia non è stata oltretutto una novità degli ultimi giorni, ma era nota da tempo. Vediamo i dettagli.

I «dati valorizzati» e le «nozioni implementate» a cui ha fatto riferimento il presidente leghista nella conferenza stampa del 23 gennaio corrispondono – come spiegato nella stessa occasione dal direttore generale al Welfare Marco Trivelli – ai campi “data di inizio sintomi” e “stato clinico” associati ai casi positivi della Regione Lombardia. La compilazione di tali campi non è obbligatoria, ma rimane necessaria se si vuole ottenere una valutazione il più possibile accurata e standardizzata della situazione epidemiologica del territorio. Ciò è dovuto ai criteri secondo i quali viene effettuato il calcolo dell’indice Rt nel monitoraggio settimanale dell’Iss.

In linea di principio, l’indice Rt – che misura la trasmissibilità del virus in un dato tempo “t” in condizioni di diffusione controllata – dovrebbe essere calcolato utilizzando la totalità dei positivi accertati in un determinato territorio. Tuttavia, poiché i casi asintomatici sono spesso difficili da individuare, per avere un indice più affidabile, nel monitoraggio l’Iss usa il cosiddetto “indice Rt sintomi”, ossia l’indice Rt calcolato a partire dai soli casi sintomatici per i quali sia nota una data di inizio sintomi. Un caso viene classificato come sintomatico se al campo “stato clinico” esso riporta la dicitura “sintomatico” (o equivalenti, per esempio “severo” o “critico”) oppure se esso riporta una data di inizio sintomi, anche qualora lo stato clinico non venga specificato.

Tornando al nocciolo della questione: il flusso inviato da Regione Lombardia all’Iss il 13 gennaio presentava un gran numero di casi positivi per i quali il campo “stato clinico” non veniva specificato, ma per i quali veniva fornita una data di inizio sintomi. Questi, di conseguenza, sono stati automaticamente classificati come sintomatici e utilizzati dall’Iss per il calcolo dell’indice Rt.

La situazione era nota all’Iss, tanto che quest’ultimo si era premurato di notificarne la criticità a Regione Lombardia almeno dal 7 gennaio, quando il “decreto Natale” – che stabiliva alcuni giorni rossi e arancioni a livello nazionale durante le feste – aveva cessato i suoi effetti. «Caro, ti ricordo il problema dei vostri dati con data inizio sintomi e mai uno stato clinico a conferma di questo», si legge in un’email inviata da un tecnico dell’Iss alla Regione Lombardia. «Dobbiamo cercare di lavorare per risolvere questo problema vista la forte differenza tra Lombardia e le altre regioni al riguardo». Secondo fonti stampa, però, questa email non ha avuto effetto.

Solo il 20 gennaio – ossia quattro giorni dopo l’ingresso in zona rossa – la Regione Lombardia avrebbe inviato all’Iss un nuovo set di dati, integrando le informazioni sui campi “data inizio sintomi” e “stato clinico”, le quali hanno portato a una risuddivisione dei casi positivi tra sintomatici e asintomatici e, di conseguenza, al ricalcolo dell’indice Rt.

Per comprendere l’entità dell’anomalia esistita fino al 13 gennaio, riportiamo i numeri pubblicati il 23 gennaio dall’Iss (Figura 2).

Figura 2 – Confronto tra i dati del 13 gennaio (sinistra) e quelli del 20 gennaio (destra) sui casi positivi riportanti una data inizio sintomi [1] – Fonte: Iss

Il flusso dati del 13 gennaio di Regione Lombardia riportava un numero cumulativo di casi positivi pari a 501.902, dei quali 419.362 riportavano una data di inizio sintomi. Tra questi ultimi, 185.292 venivano classificati come “sintomatico o non specificato”, mentre 234.070 venivano classificati come “asintomatico o guarito/deceduto senza indicazione di stato sintomatico precedente”.

Il flusso dati del 20 gennaio riportava invece un numero cumulativo di 501.902 casi positivi (identico al dato del 13 gennaio), di cui 414.487 con data di inizio sintomi (in calo di 4.875 unità rispetto al 13 gennaio). Tra questi ultimi, 167.638 casi erano classificati come “sintomatico o non specificato” (in calo di 17.654 unità rispetto al 13 gennaio), mentre 246.849 erano classificati come “asintomatico o guarito/deceduto senza indicazione di stato sintomatico precedente” (in aumento di 12.779 unità rispetto al 13 gennaio).

Nello specifico, il numero di positivi sintomatici con data di inizio sintomi – a partire dai quali, lo ricordiamo, l’Iss calcola l’indice Rt – è sceso da 14.180 a 4.918, in calo di ben 9.262 unità. Si spiega così il crollo nell’indice Rt che ha riportato la Regione Lombardia in zona arancione.

Ricapitolando: quando Fontana dice che la sua regione non ha «mai rettificato» i dati inviati all’Iss, riporta una versione dei fatti scorretta.

La sospensiva richiesta dalla Lombardia

«Avevo chiesto una sospensione dell’ordinanza per non entrare in zona rossa, una sospensione di 48 ore che ci poteva permettere di avere quel confronto leale, aperto, tecnico che era necessario per definire se Lombardia doveva o non doveva essere zona rossa» – vicepresidente Letizia Moratti, 23 gennaio (Conferenza stampa, min. 13:18)

Veniamo adesso a un altro punto, sollevato dalla neo-assessora lombarda al Welfare Letizia Moratti. Secondo l’ex sindaca di Milano, se si fosse sospesa subito la zona rossa, non ci sarebbe stato l’errore di rimanere una settimana con delle restrizioni più severe. Anche questa linea di difesa, però, ha dei limiti.

Il 17 gennaio – il giorno dopo l’ordinanza di Speranza sulla zona rossa – la Regione Lombardia ha effettivamente richiesto una sospensiva di 48 ore per verificare la situazione. Bisogna però sottolineare che l’amministrazione lombarda aveva avuto a disposizione ben più di 48 ore per risolvere il problema relativo alle carenze dei loro flussi dati.

Come abbiamo visto sopra, risalgono infatti almeno al 7 gennaio le sollecitazioni dell’Iss per l’integrazione dei dati con “data inizio sintomi”, ma senza “stato clinico”, cosa peraltro nota all’amministrazione lombarda. E lo stesso 7 gennaio la Regione Lombardia replicava all’e-mail precedentemente riportata scrivendo che «per il quesito [su data inizio sintomi e stato clinico, N.d.A.] le ultime pratiche non lo hanno caricato perché non lo hanno importato nel flusso. Ho detto di recuperarlo per farlo processare ed inserirlo nell’xml» (Figura 3).

Figura 3. L’email della Regione Lombardia all’Iss, del 7 gennaio – Fonte: Tg1

Inoltre, la procedura di monitoraggio stessa prevede che la Regione possa evidenziare errori o sollevare critiche alla valutazione dell’Iss nella finestra che va dal mercoledì, giorno in cui la valutazione viene portata a termine, al venerdì, giorno in cui la valutazione viene pubblicata nel monitoraggio settimanale. Tuttavia, in base a quanto ha dichiarato il 23 gennaio a La Repubblica il presidente dell’Iss Silvio Brusaferro, dalla Lombardia «non c’è stata alcuna contestazione in quei giorni. Nel monitoraggio di venerdì 15 è passato tutto senza problema».

Ricapitolando: è vero che il 17 gennaio la Regione Lombardia aveva chiesto due giorni di sospensiva per rivedere i conti per l'indice Rt, ma nessuna obiezione era stata sollevata nei giorni precedenti, quando già i numeri erano noti.

No, i dati lombardi non sono pubblici e non c’è un «algoritmo segreto»

«I dati di Regione Lombardia sono pubblici [...]. A noi non è dato di sapere di un algoritmo segreto che hanno e usano solo a Roma» – Attilio Fontana, 24 gennaio 2021 (Facebook)

Infine, veniamo a un’altra accusa fatta da Fontana contro il sistema dei colori. Secondo il presidente lombardo, l’Iss e il governo userebbero un «algoritmo segreto» per calcolare l’indice Rt, mentre i dati sui contagi lombardi sarebbero pubblici. Entrambe queste dichiarazioni sono errate.

L’algoritmo statistico utilizzato dall’Iss per il calcolo dell’indice Rt è standardizzato ed è stato comunicato dall’Istituto alle Regioni durante una conferenza dell’8 giugno 2020. A partire dal 7 dicembre 2020, la formula è liberamente consultabile (qui il link) sul sito dell’Iss. Nella pagina della Sorveglianza integrata Covid-19, sono inoltre disponibili alcune risorse aggiuntive, tra cui le slide mostrate alle regioni in occasione della presentazione dell’algoritmo e uno “script R” – un tipo di programma informatico – che permette il calcolo autonomo dell’indice Rt.

Diversamente da quanto scritto da Fontana su Facebook, i dati relativi alla regione Lombardia che sarebbero necessari per il calcolo dell’indice Rt non sono pubblicamente consultabili. Né Regione Lombardia, né l’Iss, né più in generale le autorità centrali hanno messo a disposizione del pubblico il dato disaggregato per le singole regioni sul numero di positivi sintomatici con data di inizio sintomi nota. Come abbiamo spiegato sopra, solo a partire da questi dati è possibile calcolare l’indice Rt. È vero che questo indice ha dei limiti – ne abbiamo scritto in passato – ma è sbagliato sostenere che la sua formula sia «segreta».

Ricapitolando: l'algoritmo con cui viene calcolato l'indice Rt non è «segreto»; al più lo sono i dati lombardi sull'epidemia.

In conclusione

Il 24 gennaio la Regione Lombardia è tornata in zona arancione, dopo essere stata una settimana in zona rossa per “errore”. Secondo Fontana, lo sbaglio è stato fatto a livello centrale, mentre l’Iss e il Ministero della Salute hanno detto che la zona rossa era stata determinata sulla base di dati parziali forniti dalla Regione Lombardia.

Abbiamo analizzato alcune dichiarazioni di difesa del presidente Fontana, e una della sua vice Moratti, e sono risultate errate o fuorvianti, sulla base delle evidenze raccolte fino a oggi.

Non è vero che il ritorno in zona arancione sia merito della Lombardia: è vero, la giunta Fontana ha contestato l’ingresso in zona rossa, ma il problema non era nei calcoli dell’Iss, quando nei dati forniti dalla Lombardia per stabilire l’indice Rt. E che ci fossero alcune criticità era noto da tempo. Dopo che la Regione Lombardia ha modificato i suoi dati, è stato ricalcolato l’indice Rt che ha permesso il ritorno in zona arancione.

La giunta lombarda ha sì chiesto 48 ore di sospensiva dopo l’ingresso in zona rossa, ma aveva già avuto altri giorni a disposizione in precedenza per rettificare i dati ed evitare misure più restrittive.

Infine, non è vero come dice Fontana che i dati sui contagi lombardi sono «pubblici» e che l’algoritmo usato dall’Iss per calcolare l’indice Rt è «segreto». Piuttosto è vero il contrario.

di Giorgio Comitini

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[1] I numeri sono leggermente diversi rispetto a quelli riportati nel testo in quanto questi ultimi non tengono conto dei casi positivi segnalati durante la settimana 36 del monitoraggio.

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