Pubblicato: lunedì 4 gennaio 2021
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Una o due dosi, anziani o medici: sui vaccini si va in ordine sparso

Il 27 dicembre è stato il cosiddetto Vaccine Day nell’Unione europea, con l’inizio della campagna vaccinale contro il coronavirus. In Italia sono subito nate polemiche, con numeri fuorvianti sulle dosi consegnate agli altri Paesi Ue o sulle trattative della Germania per acquistare dosi in più rispetto a quelle pattuite a livello comunitario.

Alle ore 9 del 4 gennaio, i vaccini fatti in Italia sono stati oltre 118 mila, circa un quarto delle quasi 470 mila dosi per ora consegnate al nostro Paese, mentre altri Stati membri dell’Ue (come la Germania) sembrano stiano procedendo più speditamente, mentre altri (come Spagna e Francia) molto più lentamente.

È comunque presto per fare un primo bilancio: bisognerà aspettare le prossime settimane per avere un quadro più chiaro sui numeri. Nonostante questo, dalle dosi somministrate alle fasce della popolazione a cui viene data precedenza, ci sono una serie di elementi che vanno tenuti d’occhio per capire come ogni Paese si sta muovendo con la propria campagna vaccinale. Vediamoli nel dettaglio.

Giovani o anziani: da chi partire?

Uno dei temi più discussi nelle varie strategie di vaccinazione riguarda i gruppi di popolazione a cui va data la precedenza, dato che in questo momento le dosi non sono disponibili per tutti. C’è chi ha proposto di partire dai giovani, ossia quelli che hanno più interazioni sociali; chi dagli anziani, ossia i soggetti più a rischio; e chi dagli operatori sanitari, che lavorano quotidianamente negli ospedali e negli istituti di cura.

In generale, nei Paesi che hanno iniziato le vaccinazioni, la tendenza è stata quella di privilegiare le fasce della popolazione più in pericolo e quelle di medici e infermieri.

Nel Regno Unito il governo ha deciso innanzitutto di partire dalle case di riposo, vaccinando gli ospiti e i dipendenti, e poi dagli over 80 e dagli operatori sanitari e socio-sanitari a rischio contatto con il virus. Al 31 dicembre in Inghilterra due terzi delle dosi erano state destinate agli over 80, mentre in Germania, su circa 240 mila vaccinazioni fatte sino ad ora, 104 mila sono state fatte a residenti delle case di cura.

Gli Stati Uniti hanno adottato una strategia simile per la prima fase della campagna vaccinale (vaccinando però anche gli esponenti di primo piano del Parlamento), anche se poi ai singoli Stati federali è stata lasciata l’autonomia sul da farsi. In Israele è stato invece vaccinato già il 10 per cento della popolazione e il 25 per cento degli over 60.

In queste valutazioni va tenuto comunque conto che al momento non è chiaro quanto il vaccino possa ridurre la trasmissibilità del virus: questo aspetto non è stato infatti indagato dagli studi fatti finora. Ad oggi sappiamo solo quanto i singoli vaccini sono efficaci nel prevenire la Covid-19 (ci torneremo tra poco), ma non è inoltre ancora chiaro, per esempio, quanto tempo duri questa protezione.

La situazione italiana

Il piano vaccinale italiano è stato presentato a inizio dicembre e spiega, in linea generale, come sarà strutturata la vaccinazione nei prossimi mesi. A seconda delle dosi che saranno effettivamente disponibili, sono previste quattro fasi. Nel primo trimestre 2021 l’Italia dovrebbe ricevere 8,7 milioni di dosi da Pfizer-BioNTech (già approvato dall’Ue), 1,4 milioni da Moderna (in approvazione dall’Ue molto probabilmente nei prossimi giorni) e 16 milioni da AstraZeneca-Università di Oxford, (approvato, per ora, solo dal Regno Unito). Nei primi tre mesi dell’anno, il nostro Paese riceverà di sicuro poco più di 10 milioni di dosi – se diamo per certa l’approvazione di Moderna – sufficienti a vaccinare 5 milioni di persone.

Il piano vaccinale ha indicato come prioritaria la vaccinazione degli operatori sanitari e socio-sanitari, del personale e degli ospiti delle case di riposo e degli anziani sopra gli 80 anni. In totale questo gruppo conta 6,4 milioni di persone, ma le categorie non sono mutualmente esclusive e quindi il totale effettivo sarà inferiore.

Non è però chiaro avere una cifra precisa: il piano vaccinale non fornisce infatti un’indicazione specifica di chi sia compreso tra gli operatori sanitari. Sembra che la definizione sia molto ampia e includa sostanzialmente chiunque lavori in un ospedale. Per esempio, secondo fonti stampa locali, in alcune città – come Pavia – saranno vaccinati con precedenza anche gli impiegati amministrativi.

Queste 6 milioni di persone abbondanti, indicate tra i gruppi che saranno vaccinati per primi, non sembrano però corrispondere alla stima della copertura della popolazione fatta nel piano vaccinale. Nella prima fase si prevede di vaccinare solo il 5 per cento della popolazione, mentre gli oltre 6 milioni di persone corrispondono al 10 per cento. Anche nella seconda fase la copertura dovrebbe essere intorno al 35 per cento della popolazione, ma il piano riporta solo un 15 per cento. Non è ancora una volta chiaro, dunque, quali categorie rientrino nelle precedenze date dal governo.

In generale, poi, si hanno pochi dettagli su altri aspetti fondamentali, come i luoghi in cui sarà fatta la vaccinazione sul resto della popolazione, e su come funzioneranno le chiamate e il tracciamento dei vaccinati.

Per il momento, i dati sulle vaccinazioni in Italia mostrano che la priorità è stata data agli operatori sanitari, più che agli anziani. Ma come abbiamo detto in precedenza, è ancora presto per fare un bilancio su questi numeri.

Più anziani vaccinati, meno morti

Sulla base di alcuni modelli matematici, è possibile stimare la riduzione dei decessi in Italia al crescere della popolazione vaccinata (Grafico 1).

Se si vaccinano tutti gli over 90 (791 mila persone pari all’1,3 per cento della popolazione) si ridurrebbero i decessi del 19 per cento; vaccinando tutti gli over 80, (ossia 4,4 milioni di persone, il 7,4 per cento della popolazione), i decessi calerebbero del 58 per cento. I decessi possono essere ridotti dell’81 per cento vaccinando tutti gli over 80 (10,4 milioni di persone, il 17,4 per cento della popolazione) e del 93 per cento somministrando il vaccino a tutti gli over 60 (18,8 milioni, il 29,8 per cento della popolazione).

Nelle fasce di età inferiori, i margini di riduzione sui decessi sono minimi perché qui la Covid-19 è meno letale. Ma i grandi vantaggi della vaccinazione si avrebbero, per esempio, con la riduzione dei ricoveri, e con il conseguente alleggerimento sugli ospedali.

Una o due dosi?

Un’altra delle questioni che è emersa in queste settimane è come bisogna comportarsi con la seconda dose necessaria per avere la piena immunità: sia per i vaccini Pfizer-BioNTech che Moderna e AstraZeneca-Università di Oxford sono necessarie due inoculazioni, a distanza di alcune settimane. La questione emersa negli ultimi giorni è: meglio usare tutte le dosi a disposizione per vaccinare in modo completo una parte della popolazione o sfruttare tutte le dosi consegnate per vaccinare, in un primo momento, solo a metà il doppio delle persone?

Nel Regno Unito, poco prima di Natale, l’ex primo ministro laburista Tony Blair ha sostenuto la proposta di somministrare una sola dose del vaccino e vaccinare più persone possibile. Il governo inglese ha poi deciso di somministrare le seconde dosi, ma in ritardo rispetto a quanto previsto, aspettando fino a 12 settimane rispetto alle tre teoriche.

Come osservato da diversi epidemiologi, il problema principale della strategia “una dose per più persone possibile” è che non è chiaro quanto duri la protezione della prima dose. Questa strategia non è infatti stata studiata nel dettaglio dalle case farmaceutiche. La sperimentazione di Moderna parlava di una protezione all’incirca del 90 per cento dopo 14 giorni dalla prima dose per almeno un mese, ma il campione è molto piccolo e quindi i risultati vanno presi con cautela. In generale, la seconda dose non ha l’obiettivo di aumentare la protezione, quanto più quello di estenderla.

Il Regno Unito ha poi modificato le linee guida sulla vaccinazione prevedendo la possibilità di somministrare come seconda dose un vaccino diverso da quello della prima iniezione, facendo il cosiddetto “mix-and-match”. Anche in questo caso, in molti hanno osservato come non vi siano studi e dati a sostegno di questa strategia.

Negli Stati Uniti, Anthony Fauci, l’immunologo statunitense a capo del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, ha spiegato che gli Usa intendono usare le due dosi in modo classico.

Uno dei problemi sollevato dalla necessità di usare due dosi è come gestire quelle che si ricevono. Bisogna tenerne metà da parte per essere sicuri di poter garantire la seconda dose o usarle tutte e sperare che non ci siano problemi con la produzione? Gli Stati Uniti, per esempio, stanno conservando via via la metà delle dosi consegnate. In Italia non è chiaro quale strada sarà seguita, dal momento che il piano vaccinale non affronta questo problema.

A che punto sono i vaccini

Al momento i vaccini contro il coronavirus in fase di sviluppo sono decine, ma quelli di cui si parla di più in Europa sono tre: quello prodotto da Pfizer-BioNTech, quello di Moderna e quello di AstraZeneca-Università di Oxford. I primi due usano una tecnica innovativa basata sull’Rna messaggero – illustrata nel dettaglio in questo articolo di Facta – mentre il terzo usa un metodo più convenzionale (ossia quello dei cosiddetti “vettori virali”).

Con queste tre aziende l’Ue ha contrattato circa 880 milioni di dosi complessive, poco meno della metà delle quasi 2 miliardi di dosi garantite dagli accordi con sei case farmaceutiche (contando anche le dosi opzionali).

Per ora, l’unico vaccino autorizzato nell’Ue è quello di Pfizer-BioNTech, con 300 milioni di dosi in arrivo nei prossimi mesi. L’autorizzazione è arrivata lo scorso 21 dicembre dall’Agenzia europea per i medicinali (Ema), l’ente che raccomanda la Commissione Ue su quali farmaci approvare. A giorni potrebbe inoltre il via libera a quello di Moderna (80 milioni di dosi garantite, più altre 80 opzionali), già autorizzato negli Stati Uniti.

È più incerta invece la tempistica del vaccino di AstraZeneca, la casa farmaceutica con cui sono state contrattualizzate più dosi dall’Ue: 300 milioni garantite, più altre 100 opzionali. L’autorizzazione di questo vaccino – già arrivata nel Regno Unito lo scorso 30 dicembre, non senza polemiche – è dunque fondamentale per accelerare le campagna vaccinale nell’Ue.

Che cos’è l’efficacia

Un elemento che va tenuto in considerazione quando si parla di questi tre vaccini è la loro efficacia. Con questo termine, semplificando, si intende la riduzione del rischio di contrarre la Covid-19 dopo essere stati vaccinati.

Secondo gli studi condotti sul vaccino Pfizer-BioNTech, il rischio di sviluppare sintomi nei pazienti che non hanno ricevuto un placebo è stato pari al 95 per cento in meno grazie al vaccino. Una percentuale di efficacia simile è stata mostrata anche dal vaccino di Moderna, mentre informazioni meno sicure ci sono per il vaccino di AstraZeneca-Università di Oxford, per alcune vicissitudini nella fase di sperimentazione. Le stime parlano di un’efficacia compresa tra il 62 per cento e il 90 per cento.

Va comunque tenuto conto che esiste una certa dose di incertezza su queste percentuali, motivo per cui viene fornito un intervallo di confidenza. Per esempio, per quanto riguarda il vaccino di Pfizer-BioNTech, il valore dell’efficacia si trova più correttamente tra il 90,3 e il 97,9 per cento.

Per sviluppare l'immunità contro la Covid-19 ci vuole comunque del tempo. Dopo 12 giorni dalla prima dose si inizia ad avere una parziale immunità, ma quella completa si raggiunge solo sette giorni dopo la seconda dose, che va somministrata tre settimane dopo la prima. Per questo motivo, le notizie sui contagiati a poche ore dal vaccino sono di scarso interesse, o comunque rischiano di dare messaggi fuorvianti: da un lato, come abbiamo detto, servono giorni prima di sviluppare una prima forma di immunità; dall’altro lato, i vaccini non hanno un’efficacia del 100 per cento. Un margine di incertezza c’è sempre.

Il Grafico 2, tratto dall’analisi condotta dalla Food and drug administration statunitense sul vaccino Pfizer-BioNTech, mostra il numero cumulativo di casi di Covid-19 in relazione al tempo che passa dopo l’iniezione della prima dose. La linea blu – quella sui casi di infezione che si hanno avuti tra i vaccinati – si stacca dopo circa 12 giorni dalla linea rossa, quella dei casi registrati nel gruppo che ha ricevuto un placebo. Mentre la linea rossa continua a salire, quella blu è quasi piatta: in questo consiste l’efficacia del vaccino.

Grafico 2. Casi di Covid-19 nel gruppo di vaccinati e nel gruppo placebo, nei trial di Pfizer-BioNTech – Fonte: Fda

In conclusione

Con l’avvio delle vaccinazioni contro il coronavirus, in vari Paesi del mondo sono nate le prime discussioni su quali siano le strategie migliori per proteggere la maggior parte della popolazione.

Per il momento, in Europa è stato autorizzato solo il vaccino di Pfizer-BioNTech, mentre a giorni dovrebbe essere il turno di Moderna. Più attardato è il vaccino di AstraZeneca, già autorizzato però nel Regno Unito.

In generale, la tendenza nei vari Paesi è stata quella di dare precedenza agli anziani – ospiti anche nelle case di cura – e agli operatori ospedalieri e socio-sanitari. Questa è anche la strategia dell’Italia, il cui piano vaccinale però presenta ancora diversi elementi di incertezza. Per il momento, poi, il nostro Paese sembra si stia concentrando più su medici e infermieri che sugli anziani, ma è ancora presto per trarre conclusioni su questo punto. In ogni caso, le previsioni mostrano che per ridurre velocemente il numero dei decessi bisogna partire vaccinando i più anziani.

Infine c’è poi la questione su quale sia la strategia ottimale per sfruttare tutte le dosi ricevute. Per esempio, c’è chi sostiene abbia senso vaccinare il maggior numero di persone almeno con una dose, e poi procedere con la seconda dose per estendere l’immunità. Ma questa strategia, abbozzata nel Regno Unito, sembra ricevere pochi consensi da diversi scienziati, così come l’idea di mischiare diversi tipi di vaccino.

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