Pubblicato: giovedì 26 novembre 2020
Photo: Ansa
I numeri sulle terapie intensive non tornano

Aggiornamento 30 novembre, ore 10 – Il 27 novembre l'Istituto superiore di sanità (Iss) ha pubblicato il nuovo bollettino settimanale, con i dati aggiornati al 25 novembre. Il report contiene la seguente spiegazione sulla discrepanza tra i dati Iss delle terapie intensive e quello della Protezione civile: «Si sottolinea che i dati relativi allo stato clinico e al reparto di degenza sono dati soggetti a cambiamenti a causa dell’evoluzione dello stato clinico dei pazienti e al loro conseguente spostamento in reparti di degenza diversi. L’aggiornamento di queste variabili nel database della Sorveglianza Integrata Nazionale coordinata dall’ISS che, si ricorda, contiene dati individuali richiede tempo, e di conseguenza il dato può risultare leggermente disallineato da quello fornito dal flusso di dati aggregati coordinato dal Ministero della Salute».

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Da mesi abbiamo ormai imparato che i dati sul coronavirus pubblicati ogni giorno dalla Protezione civile vanno letti con molta cautela. Tra le statistiche ritenute più affidabili per comprendere il reale andamento dell’epidemia, c’è quella sui ricoverati in terapia intensiva (Ti), che non sembra essere troppo condizionata, per esempio, dalle capacità di testing del nostro Paese.

Ma anche per le terapie intensive c’è un problema non da poco: se si confrontano i dati giornalieri sulle Ti della Protezione civile con quelli pubblicati settimanalmente dall’Istituto superiore di sanità (di norma il venerdì o il sabato, con dati aggiornati al mercoledì precedente), si scopre che ci sono delle differenze notevoli sul numero dei ricoverati.

Secondo i dati dell’Iss più aggiornati, al 18 novembre risultavano in terapia intensiva quasi 4.600 positivi al coronavirus: un dato di quasi mille unità più elevato di quello della Protezione civile, e superiore al picco della prima ondata, con 4.068 ricoverati in Ti al 3 aprile.

Ma qual è il motivo di queste discrepanze? Una risposta chiara non c’è, ma si possono comunque formulare alcune ipotesi. Prima di vederle, analizziamo che cosa dicono i dati.

I posti occupati in terapia intensiva

Lo scorso 20 novembre l’Iss ha pubblicato il bollettino di Sorveglianza integrata sul coronavirus, con i dati aggiornati al 18 novembre. A quella data, secondo le rilevazioni dell’Iss, in Italia erano in terapia intensiva 4.597 pazienti Covid-19, con in totale 33.398 ospedalizzati. Il bollettino giornaliero della Protezione civile del 18 novembre segnalava invece 37.174 persone ospedalizzate, di cui 3.670 persone in terapia intensiva.

Nel suo rapporto, l’Iss spiega che degli oltre 760 mila contagi confermati al 18 novembre, era a conoscenza della «collocazione del paziente» solo per il 60,4 per cento dei casi, escludendo quelli guariti, quelli deceduti e quelli «persi al follow-up», ossia al controllo dopo la guarigione.

Secondo i dati dell’Iss, dunque, i pazienti Covid-19 ospedalizzati erano il 10 per cento in meno di quelli rilevati dalla Protezione civile, mentre quelli in terapia intensiva un 25 per cento in più.

Una discordanza di questo tipo, ma di entità minore, è stata registrata anche in passato. Secondo l’Iss, all’11 novembre i pazienti in terapia intensiva erano il 14 per cento in più rispetto a quelli della Protezione civile; al 7 novembre il 12 per cento in più; al 27 ottobre il 13 per cento in meno; e al 20 ottobre l’un per cento in meno. Per quanto riguarda gli ospedalizzati, secondo l’Iss sono sempre stati meno rispetto a quelli della Protezione civile, con variazioni che oscillavano tra il 10 e il 22 per cento.

Fare confronti andando più indietro nel tempo è rischioso: nelle ultime settimane il dato sulla collocazione dei pazienti nei bollettini dell’Iss si aggirava tra il 51 e il 61 per cento, mentre prima del 20 ottobre le percentuali erano più alte, intorno al 75 per cento, con punte del 90 per cento. Insomma, si avevano maggiori informazioni sui pazienti.

Ricapitolando: al 18 novembre, secondo Iss in terapia intensiva c’erano quasi mille pazienti Covid-19 in più rispetto a quelli indicati dalla Protezione civile, e quasi 4 mila ospedalizzati in meno. Perché i numeri non tornano?

Le possibili spiegazioni

Il bollettino dell’Iss non commenta queste differenze nei dati, ma è possibile avanzare alcune spiegazioni. La differenza sul totale delle persone ospedalizzate, per esempio, può essere dovuta ai dati mancanti sulla «collocazione del paziente» e che quindi i quasi 4 mila ospedalizzati in meno siano tra il 40 per cento di cui l’Iss non ha informazioni precise.

È più complicato invece spiegare perché per l’Iss ci siano molte più persone in terapia intensiva. Vediamo le tre ipotesi più valide, che non si escludono a vicenda.

Il conteggio dei pazienti negativizzati

A partire da maggio scorso le regioni hanno smesso di considerare tra i ricoverati per il coronavirus quelle persone che una volta contagiatesi e finite in ospedale proprio per la Covid-19, si erano poi negativizzate, rimanendo comunque all’interno della struttura ospedaliera per la necessità di ricevere ulteriori cure. Secondo il giornale online Open, la decisione del cambio del conteggio era stata presa dal Ministero della Salute, mentre secondo la Regione Veneto la decisione era arrivata proprio dall’Iss.

Il Veneto ha però continuato nei bollettini regionali a comunicare entrambi i dati. Al 25 novembre risultavano 2.422 persone positive ricoverate e 305 positivi in terapia intensiva, oltre a 107 negativizzati ancora in reparto e 19 negativi ancora in Ti (Tabella 1).

Tabella 1. I dati della Regione Veneto sui ricoverati Covid-19 in Terapia intensiva – Fonte: Regione Veneto

Una possibile spiegazione sulla discrepanza vista prima sulle terapie intensive è che nei dati dell’Iss rimangano ancora conteggiati alcuni pazienti Covid-19 che si sono negativizzati, e che sono stati tolti dal bollettino della Protezione civile.

È però improbabile che questa spiegazione sia esaustiva. In Veneto la differenza tra ricoverati Covid-19 in Ti e ricoverati complessivi, con anche i negativizzati, è di circa il 6 per cento, mentre come abbiamo visto prima quella a livello nazionale era del 25 per cento al 18 novembre.

I ritardi nei dati

Un’altra possibile spiegazione è che le regioni non aggiornino tempestivamente i dati delle persone positive sulla piattaforma dell’Iss, un limite su cui abbiamo scritto più volte in passato. Esistono infatti diversi flussi di informazioni: i dati comunicati dalle regioni all’Iss sono molto più dettagliati di quelli che vengono inviati alla Protezione civile, ma soffrono di parecchi ritardi.

In alcuni casi il paziente potrebbe essere già deceduto o guarito e risultare ancora in terapia intensiva nei bollettini dell’Iss perché la regione non è riuscita ad aggiornare il dato. In passato sono successi episodi simili: ad agosto, per esempio, la Regione Piemonte aveva aggiornato le informazioni sull’esito della malattia di più di 1.200 casi, aggiungendo 300 decessi fino a quel momento non contati.

La differenza tra intensiva e sub-intensiva

Una terza spiegazione plausibile è relativa alla distinzione tra i pazienti ricoverati in terapia intensiva e quelli ricoverati in terapia sub-intensiva. Qui i pazienti, comunque in condizioni abbastanza critiche, vengono curati con macchinari meno invasivi rispetto alle Ti, per esempio con l’utilizzo delle maschere per la ventilazione e i caschi respiratori.

È possibile che, nel suo conteggio, l’Iss consideri i ricoverati in sub-intensiva come se fossero in terapia intensiva, mentre le regioni, o alcune di esse, li considerino invece tra i semplici ricoverati.

Abbiamo contattato l’Istituto superiore di sanità per capire quale di queste tre possibili spiegazioni sia la più sensata, oppure se il motivo della discrepanza nei dati sia un altro, e siamo ancora in attesa di risposta.

Il commento del Comitato tecnico scientifico

Una discrepanza nei dati sulle terapie intensive era già stata notata a inizio ottobre dal Comitato tecnico scientifico (Cts), l’organismo che consiglia il governo sulle misure da intraprendere per contenere l’epidemia.

L’11 ottobre, alla presenza del Ministro della Salute Roberto Speranza, il Cts ha tenuto una riunione dove, esprimendo «preoccupazione», ha evidenziato come vi fosse una «significativa discrepanza» tra i dati forniti dalle regioni sui ricoverati in Ti e i dati dell’indagine svolta dalla Società italiana di anestesia analgesia rianimazione e terapia intensiva (Siaarti) (Figura 1).

Figura 1. Il passaggio nel verbale del Cts – Fonte: Cts

Dei dati della Siaarti si era già parlato in una riunione del 29 settembre, dove era stato citato uno «scostamento» tra i numeri dell’indagine e quelli che aveva a disposizione il Cts. Non è possibile però conoscere con precisione l’entità dello scostamento e quali fossero i dati forniti dalla Siaarti, in quanto contenuti in un allegato che è stato tenuto segreto.

Il giorno successivo però il Cts si è nuovamente riunito e questa volta i dati della Siaarti sono disponibili. Al 12 ottobre risultavano esserci 504 pazienti in terapia intensiva contro i 452 comunicati dalla Protezione civile. Le differenze sono abbastanza contenute con l'eccezione del Lazio. Secondo la Siaarti, vi erano 139 persone in terapia intensiva mentre per la Protezione civile erano solo 78. Nelle altre regioni le variazioni sono minime e possono semplicemente essere dovute al momento diverso in cui sono stati rilevati i dati. Il Cts menziona nuovamente uno «scostamento» nel verbale, ma non affronta in altro modo la questione. Non è quindi chiaro a cosa sia dovuta questa differenza.

In conclusione

Secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità, al 18 novembre in Italia c’erano quasi 4.600 pazienti Covid-19 ricoverati in terapia intensiva, circa mille in più rispetto a quelli indicati dalla Protezione civile, e circa 500 in più rispetto al picco della prima ondata.

Non è però chiaro quali siano i motivi di questa differenza: abbiamo contattato l’Iss e siamo ancora in attesa di una risposta.

Le ipotesi più plausibili sono tre e non si escludono a vicenda. Per esempio, è possibile che tra i dati dell’Iss rimangano conteggiati, per alcuni ritardi di comunicazione, pazienti Covid-19 che si sono negativizzati, oppure che sono in terapia sub-intensiva.

In generale, emerge che le terapie intensive, spesso ritenute come uno dei pochi dati affidabili per valutare l’andamento dell’epidemia, siano un indicatore problematico da utilizzare.

Avere il dato preciso delle terapie intensive occupate dai pazienti Covid-19, positivi e negativi, sarebbe però fondamentale per poter capire la reale pressione sul sistema ospedaliero.

di Lorenzo Ruffino

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