Pubblicato: venerdì 6 novembre 2020
Photo: Ansa
Fact-checking: le accuse della destra italiana alla legge Zan

Il 4 novembre, la Camera ha approvato con 265 sì e 193 no la proposta di legge contro l’omotransfobia, nota come legge Zan dal nome del relatore, il deputato Pd Alessandro Zan. Il testo – che dovrà ora essere esaminato al Senato – ha acceso lo scontro politico. Da una parte, la maggioranza ha salutato il primo via libera come «un passo importante nella lotta a qualsiasi forma di odio» e l’ha celebrata come una «legge di civiltà attesa da anni». Dall’altra, l’opposizione di centrodestra ha definito la legge «liberticida» e ha criticato l’introduzione di alcune iniziative di sensibilizzazione contro l'omotransfobia nelle scuole.

Abbiamo selezionato alcune dichiarazioni per verificare quanto c’è di vero.

Una legge liberticida?

«Oggi in Parlamento è prevalsa la furia ideologica che ha preteso l’approvazione velocissima di una legge liberticida, (…) che di fatto rappresenta un bavaglio alle opinioni differenti e persegue penalmente anche chi non istiga alla violenza ma semplicemente crede nella famiglia naturale, nel diritto di un bambino ad avere un padre e una madre, e chi condanna con fermezza la maternità surrogata e l'utero in affitto» (Isabella Rauti, senatrice di Fratelli d’Italia, sulla sua pagina Facebook il 4 novembre)

L’argomentazione principale dei partiti di centrodestra contro la legge Zan si concentra sul rischio che il provvedimento possa rendere perseguibili penalmente coloro che esprimono «opinioni differenti», come scrive la senatrice di Fratelli d’Italia Isabella Rauti, «e anche chi non istiga alla violenza ma crede semplicemente nella famiglia naturale».

In realtà il provvedimento firmato dal deputato Pd Alessandro Zan non riguarda le opinioni. Il cuore del testo prevede essenzialmente due novità: all’articolo 2 modifica il Codice penale (604-bis e 604-ter) e all’articolo 5 estende la legge Mancino (decreto-legge 26 aprile 1993) aggiungendo alle discriminazioni per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi gli atti discriminatori fondati «sul sesso, sul genere, sull'orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità» (quest’ultima inserita dalla maggioranza con le modifiche in Aula).

Che cosa cambia con questi due interventi? L’omofobia entra fra i reati d’odio e verrà punita con pene più severe in alcune circostanze. La norma prevederà infatti la reclusione fino ad un anno e 6 mesi o una multa fino a 6mila euro per chiunque «istiga a commettere o commette atti di discriminazione» per motivi di sesso, di genere, di orientamento sessuale e di identità di genere. La pena si inasprisce ulteriormente, con la reclusione da 6 mesi a 4 anni per chiunque «istiga a commettere o commette violenza» o atti di provocazione alla violenza con gli stessi motivi. Inoltre, la discriminazione fondata sul sesso, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità si aggiungerà anche alle aggravanti che, sulla base l’articolo 604-ter del codice penale, prescrivono che la pena prevista per i reati commessi con questa finalità possa essere aumentata fino alla metà.

Come abbiamo visto, la nuova normativa riguarda nella forma più grave veri e propri atti di violenza, nella forma più leggera «l’istigazione» a commettere atti discriminatori e non la manifestazione di semplici opinioni. Specifichiamo che l'istigazione, secondo la definizione contenuta nel dizionario giuridico del sito di settore Brocardi.it, «è la condotta consistente nell’indurre un soggetto ad un’azione delittuosa con consigli e incitamenti».

Per evitare qualsiasi ambiguità, la maggioranza ha introdotto nel testo della proposta di legge Zan una “clausola salva-idee”, ovvero l’articolo 4: «Ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti».

Il contenuto di quest’articolo contraddice esplicitamente la dichiarazione della senatrice di Fratelli d'Italia Isabella Rauti, secondo cui la legge punirebbe «anche chi non istiga alla violenza ma crede semplicemente nella famiglia naturale». Il provvedimento prevede esattamente il contrario, ovvero che le opinioni sanzionate siano di tipo “istigatorio”. Chiunque si limitasse ad esprimere – prendiamo l’esempio della senatrice – i valori della “famiglia naturale” verrebbe tutelato dall’articolo 4 della legge e – soprattutto – dall’articolo 21 della Costituzione sulla libertà di pensiero.

La giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia

«Oggi con il ddl Zan istituisce addirittura la Giornata dell’indottrinamento gender, anche alle elementari» (Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, 4 novembre)

«La legge sulla transomofobia che obbligherà le nostre scuole, dalle elementari, a parlare di Lgbt aprendo alla teoria gender ai bambini facendo propaganda ideologica» (Paolo Grimoldi, deputato della Lega, 5 novembre)

L'articolo 7 della legge Zan istituisce la Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia da celebrare il 17 maggio. In occasione della Giornata nazionale, «sono organizzate cerimonie, incontri e ogni altra iniziativa utile» per la realizzazione delle finalità elencate al comma 1: «promuovere la cultura del rispetto e dell’inclusione nonché di contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere, in attuazione dei princìpi di eguaglianza e di pari dignità sociale sanciti dalla Costituzione». Anche le scuole, si legge al comma 3, dovranno provvedere a organizzare questo tipo di attività in occasione della ricorrenza.

La formulazione ha portato i politici di destra come la leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni e il deputato della Lega Paolo Grimoldi a parlare di «indottrinamento al gender» anche alle elementari. Il testo della legge, come abbiamo visto, parla – in termini molto ampi – di «contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere» in un’ottica di rispetto e inclusione nei confronti di ogni diversità.

La lettura che si fa di queste disposizioni di legge è inevitabilmente legata ad elementi di soggettività: per prevenire le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere è ovvio immaginare che nelle scuole si affrontino entrambi i temi.

Per chi – tesi condivisa soprattutto da molti conservatori – concepisce in maniera univoca il genere come corrispondente all’identità biologica (e ritiene che ci si debba sentire donna se si nasce donna e sentire uomo se si nasce uomo), il fatto stesso di parlarne sarebbe paragonabile a un “indottrinamento”. Il deputato leghista Grimoldi, nello specifico, fa riferimento alla «teoria del gender», un’espressione utilizzata in origine da ambienti vaticani e poi dai partiti di destra in tutto il mondo per definire tutto ciò che non rientra nella concezione tradizionalista secondo cui rapporti sentimentali e famiglie possono nascere solo dall’unione fra uomo e donna.

Per questo motivo i partiti conservatori ritengono inaccettabile che si parli di “genere”, nei termini in cui viene definito nella legge Zan, all’articolo 1: «qualunque manifestazione esteriore di una persona che sia conforme o contrastante con le aspettative sociali connesse al sesso». Oppure ancora, che si parli di “identità di genere”, riferita, secondo lo stesso articolo, all’identificazione «percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione».

Tuttavia, difficilmente si può definire «indottrinamento» una previsione legislativa che delega l’organizzazione di queste attività di sensibilizzazione agli istituti scolastici, nell’ambito dell’autonomia che viene loro riconosciuta dall’articolo 1 della legge 107 del 13 luglio 2015.

In conclusione

Il 4 novembre, la Camera ha approvato con 265 sì e 193 la proposta di legge contro l’omotransfobia, nota come legge Zan dal nome del relatore, il deputato Pd Alessandro Zan.

Più di una voce del centrodestra ha definito la legge «liberticida». La senatrice di Fratelli d’Italia Isabella Rauti, ad esempio, ha detto che il provvedimento è «un bavaglio alle opinioni differenti e persegue penalmente anche chi non istiga alla violenza ma semplicemente crede nella famiglia tradizionale». In realtà non è così: l’articolo 2 e l’articolo 5 della proposta di legge Zan prevedono infatti conseguenze penali – da una multa di 6mila euro alla reclusione – per chi istiga a commettere atti discriminatori sulla base del genere, dell’orientamento sessuale, dell’identità di genere o della disabilità della persona. Altre misure introdotte dalla legge puntano poi a punire più aspramente veri e propri atti di violenza, ma non le opinioni.

Per precisare proprio questo aspetto, la maggioranza Pd-M5s-Leu ha introdotto nel testo una clausola “salva-idee” secondo cui «sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte, purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti».

Un altro punto della legge Zan ha acceso le polemiche: l’introduzione della Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia da celebrare il 17 maggio. Questa è diventata – nelle parole di Giorgia Meloni – «la giornata dell’indottrinamento al gender, anche alle elementari». È vero che il provvedimento prevede che, in occasione della Giornata, le scuole organizzino attività di sensibilizzazione per «contrastare i pregiudizi, le discriminazioni e le violenze motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere». Ed è lecito supporre che questo avvenga parlando effettivamente di identità di genere ai bambini. Per chi non ritiene che l’identità di genere possa legittimamente non corrispondere al sesso con cui si è nati si tratterebbe in questo caso di «indottrinamento». Lo scopo della norma – per com’è formulata – sembrerebbe invece quello di evitare atti di bullismo e di discriminazione sulla base di qualsiasi diversità.

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