La strategia “zero Covid” sta mettendo nei guai la Cina

Nella città di Shanghai, in lockdown da oltre due settimane, i contagi continuano a crescere, con larga parte della popolazione cinese over 80 non vaccinata
EPA/MARK R. CRISTINO
EPA/MARK R. CRISTINO
Dal 27 marzo la città di Shanghai in Cina è in lockdown per contenere il forte aumento dei contagi di coronavirus, che ha colpito parte del Paese nelle ultime settimane. 

Numeri alla mano, la strategia cinese dello “zero Covid”, che punta a tenere il numero dei contagi vicino allo zero, sembra ormai sempre più impraticabile. I rischi per la Cina sono molto alti: gran parte della popolazione anziana cinese non è infatti vaccinata e solo una piccola parte ha ricevuto tre dosi di vaccino, quelle necessarie ad avere la protezione più alta dalla variante omicron.

Che cos’è successo a Shanghai

Shanghai è il centro finanziario della Cina ed è una città che conta oltre 26 milioni di abitanti, in un’area di 6.300 chilometri quadrati, quasi cinque volte la superficie di Roma. 

Il 27 marzo le autorità cittadine hanno deciso di mettere in lockdown una parte della città, vietando alle persone di uscire dal proprio quartiere e la circolazione delle auto private, oltre a fermare tutti i trasporti pubblici. L’idea era quella di testare tutte le persone nel giro di quattro giorni per poi rimuovere il lockdown e imporlo in un’altra zona della città, dove testare di nuovo tutti i cittadini entro il 5 aprile.

L’aumento dei casi di positività ha però spinto il governo locale, nei primi giorni di aprile, a estendere le restrizioni a tempo indefinito. Al momento, i residenti di Shanghai non possono uscire di casa per nessun motivo se non per essere testati per il coronavirus. La fornitura di cibo e di medicinali dipende dai funzionari cittadini, ma sin da subito si sono verificati problemi logistici, con forti proteste anche sui social. Le persone che risultano positive sono portate obbligatoriamente nei centri di quarantena, anche se asintomatiche.

Come sta andando l’epidemia

Ad oggi l’andamento dei contagi in Cina è in continua crescita, con in media oltre 20 mila casi giornalieri, triplicati nel giro di una settimana. Possono sembrare numeri molto piccoli, rispetto a quelli di altri Paesi europei, ma oltre otto casi su dieci provengono proprio dalla città di Shanghai. Qui l’andamento dei contagi sta avendo una dinamica molto simile a quella causata dalla variante omicron nella città di Hong Kong, tra fine febbraio e inizio marzo. 

A Hong Kong i contagi hanno raggiunto il picco dopo 40 giorni dall’inizio dell’ondata e sono arrivati a una media giornaliera di 8.600 per milione di abitanti. Se Shanghai dovesse seguire lo stesso andamento, vorrebbe dire arrivare in poco tempo a 250 mila contagi al giorno. 

Ciò sta avvenendo nonostante le restrizioni imposte su Shanghai siano sensibilmente maggiori di quelle che ci sono state a Hong Kong. È possibile che il governo decida di imporre limitazioni ancora maggiori, ma non è chiaro se questo potrà fermare l’epidemia. Nello Jilin, un’altra provincia cinese sottoposta al lockdown, le restrizioni hanno frenato l’impennata di casi, ma non stanno riuscendo a porre fine alla diffusione dell’epidemia.

Il numero di decessi rimane per ora estremamente basso, ma diversi osservatori hanno messo in dubbio l’affidabilità di questi dati. Il tasso di letalità apparente, cioè il rapporto tra il numero dei morti e i positivi, sarebbe solo dello 0,001 per cento, un dato sostanzialmente impossibile, sulla base delle attuali conoscenze della pericolosità della Covid-19. Se il numero fosse realmente così basso, inoltre, non si capirebbe perché le autorità abbiamo deciso di mettere in lockdown intere città.

I pochi vaccinati e il precedente di Hong Kong

Una spiegazione delle scelte cinesi potrebbe stare nel fatto che questa ondata di contagi rischia di avere conseguenze nel Paese molto più gravi di quelle avute, per esempio, in Europa con la diffusione della variante omicron. La popolazione cinese anziana è infatti molto meno vaccinata di quella dei Paesi europei. 

Nel complesso in Cina ci sono 264 milioni di persone sopra i 60 anni: il 16 per cento non è vaccinato, il 4 per cento ha ricevuto una dose di vaccino, il 31 per cento due dosi e il 49 per cento tre dosi. Tra gli over 80, dove il tasso di letalità della Covid-19 è più elevato, il 42 per cento non è vaccinato e solo il 20 per cento circa ha ricevuto tre dosi.
Inoltre, il vaccino cinese Sinovac, con cui è stata vaccina la stragrande maggioranza dei cinesi, insieme a quello di Sinopharm, è meno efficace nel prevenire il rischio di morte rispetto a quello sviluppato, per esempio, da Pfizer e BioNTech. Secondo uno studio dell’Università di Hong Kong, due dosi del vaccino Sinovac sono efficaci solo al 77 per cento contro il rischio di morte da Covid-19, mentre quello Pfizer al 92 per cento. 

Anche a Hong Kong la copertura vaccinale era molto più bassa di quella dei Paesi europei, con oltre il 40 per cento della popolazione over 80 non vaccinata. Quando la città è stata colpita dalla variante omicron è arrivata a registrare un picco di 36 decessi al giorno per milione di abitanti. In confronto, il massimo raggiunto nella prima ondata in Italia è stato di 14 decessi per milione di abitanti. Cumulativamente Hong Kong, in un mese e mezzo, ha registrato 1.100 decessi per milione di abitanti mentre l’Italia è arrivata a quella cifra a gennaio 2021.

In conclusione

L’ondata di contagi che sta colpendo Shanghai sta mettendo in seria difficoltà la Cina e il suo approccio al coronavirus. Nonostante il lockdown in atto a Shanghai da ormai dieci giorni, il picco dei casi non è ancora stato raggiunto. La strategia dello “zero Covid” sta mostrando sempre di più i suoi limiti, anche nell’unico Paese che continuava a perseguirla. 

Un’estesa diffusione del contagio potrebbe portare a un alto numero di decessi in Cina in quanto una larga parte della popolazione anziana non è vaccinata e solo una minima parte ha ricevuto tre dosi di vaccino. La stessa cosa è infatti già accaduta a marzo nella città di Hong Kong.

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