Che cosa dice la legge 194 sull’aborto e quali sono le posizioni dei partiti

A parole, nessuno dei partiti principali vuole modificarla o abrogarla, ma dopo le elezioni potrebbe cambiare il modo in cui viene applicata
ANSA/Tonino Di Marco /DBA
ANSA/Tonino Di Marco /DBA
Durante questa campagna elettorale la politica è tornata a confrontarsi sul tema dell’aborto, e in particolare sulla legge n. 194 del 1978, che contiene le norme sulla «tutela sociale della maternità» e sull’«interruzione volontaria della gravidanza».

La coalizione di centrodestra è stata accusata di voler cambiare questa legge, ma sia la presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni sia il segretario della Lega Matteo Salvini hanno respinto questa ipotesi. Meloni, per esempio, ha più volte ripetuto che la legge 194 va applicata così com’è.

Ma che cosa prevede nello specifico questa legge? E quali sono le posizioni dei principali partiti sul tema? Abbiamo cercato di fare un po’ di ordine.

Che cosa prevede la legge 194

La legge n. 194 è stata approvata il 22 maggio 1978 ed è composta da 22 articoli. Nel 1981 fu organizzato un referendum abrogativo per eliminarla, promosso dal Movimento per la vita, ma quasi il 70 per cento dei votanti si dichiarò a favore dell’aborto e quindi la legge non fu modificata. Di fatto, al netto di alcuni aggiustamenti,  la legge sull’aborto in Italia è la stessa da quasi 45 anni.

Attualmente la legge 194 permette di interrompere volontariamente una gravidanza entro i primi 90 giorni dal concepimento per motivi di «salute, economici, sociali o familiari». Trascorso il termine di tre mesi, la procedura può essere effettuata solo se si ritiene che la gravidanza o il parto comportino un «grave pericolo per la vita della donna» oppure se vengono accertati problemi con il feto, come anomalie genetiche o malformazioni. 

Oggi l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) può essere effettuata con metodo chirurgico negli ospedali e nelle strutture sanitarie abilitate, oppure con metodo farmacologico, disponibile anche nei consultori e praticabile fino a nove settimane dopo il concepimento. Questo richiede l’assunzione di due principi attivi, generalmente a 48 ore di distanza. 

In generale, negli ultimi quarant’anni il numero di aborti effettuati in Italia è calato di oltre il 70 per cento, passando dai 234 mila interventi del 1983 ai circa 66 mila del 2020, anche grazie al miglioramento dell’accesso alla contraccezione. Nel 2020 in particolare l’aborto farmacologico è stato eseguito nel 35,1 per cento dei casi di Ivg, con grandi differenze tra le Regioni: dall’1,9 per cento del Molise a oltre il 50 per cento in Piemonte, Liguria, Emilia Romagna e Basilicata. 

Il nodo dell’obiezione di coscienza

Uno degli elementi più discussi della legge 194 è la possibilità, concessa dall’articolo 9, per i ginecologi di ricorrere all’obiezione di coscienza e di rifiutarsi di effettuare un aborto, per esempio per motivi etici o religiosi. Il diritto all’aborto dovrebbe essere sempre garantito, ma di fatto l’alto tasso di obiettori crea una stortura e complica per molte donne l’effettiva possibilità di accedere alla procedura. Nel 2020, il 64,6 per cento dei ginecologi erano obiettori e in alcune regioni, soprattutto nel Mezzogiorno, la quota superava l’80 per cento (per esempio in Abruzzo, Sicilia e Molise, ma anche nella provincia autonoma di Bolzano).  

La legge stabilisce che le strutture sanitarie debbano comunque «assicurare» la possibilità di abortire, ma questo non sempre accade: due anni fa, l’Ivg era praticata nel 63,8 per cento delle strutture autorizzate, anche in questo caso con differenze rilevanti nelle diverse regioni, dal 100 per cento della Valle d’Aosta al 28,6 per cento di Bolzano.

Il ruolo dei consultori

La legge 194 attribuisce un ruolo centrale ai consultori familiari, strutture istituite da una legge del 1975 in cui operano varie figure professionali, tra cui i ginecologi, le ostetriche, gli psicologi e gli assistenti sociali, per assistere le donne, i bambini e gli adolescenti nella sfera della salute fisica e mentale. I consultori offrono servizi di sostegno psicologico, educazione affettiva e sessuale, e si occupano anche di contraccezione e Ivg che, come abbiamo visto, dovrebbe essere resa disponibile con metodo farmacologico. La maggior parte di questi servizi sono offerti gratuitamente oppure previo pagamento di un ticket. 

Secondo una legge del 1996, sul territorio nazionale dovrebbe essere presente un consultorio ogni 20 mila abitanti, ma la realtà è diversa: secondo un’indagine dell’Istituto superiore di sanità relativa al periodo 2018-2019, i consultori attivi sono in media uno ogni 35 mila abitanti. 
Figura 1. Numero di abitanti per consultorio familiare presente sul territorio – Fonte: Iss
Figura 1. Numero di abitanti per consultorio familiare presente sul territorio – Fonte: Iss
Oltre alla scarsa presenza sul territorio, oggi in molti casi i consultori sono in difficoltà anche a causa della mancanza di personale, soprattutto ginecologi e ostetriche.

Secondo la legge 194, tra le altre cose, i consultori dovrebbero assistere (art. 2) le donne in gravidanza informandole sui loro diritti e cercando di risolvere i problemi che potrebbero portarle a decidere di abortire. È proprio questa la parte della legge a cui fa riferimento Meloni quando parla di una piena attuazione della legge 194.

Il 18 settembre, per esempio, la presidente di Fratelli d’Italia ha spiegato che un suo potenziale governo non vorrebbe «modificare» la legge, ma «applicarla, quindi aggiungere un diritto», fornendo un’alternativa valida alle donne che non vedono altre possibilità oltre all’aborto, per esempio perché sono in una situazione di difficoltà economica o perchè non hanno un compagno. «Voglio dare loro la possibilità di fare una scelta diversa, senza nulla togliere a chi decide di abortire», ha concluso Meloni. 

Negli ultimi due anni però, alcune regioni amministrate dal centrodestra si sono mosse in modo diverso, tentando di rendere meno agevole l’accesso all’aborto. È il caso, per esempio, dell’Umbria e delle Marche. 

Quando l’aborto è ostacolato: i casi dell’Umbria e delle Marche

Nell’estate 2020, aveva fatto discutere la decisione della presidente della Regione Umbria Donatella Tesei (Lega) di revocare la possibilità di effettuare l’aborto farmacologico in regime di day hospital, cioè senza necessità di ricovero ospedaliero. Teoricamente, le linee guida dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) vigenti in quel momento, risalenti al 2010, richiedevano che le donne restassero in ospedale per almeno tre giorni, fino alla completa espulsione del «prodotto del concepimento», ma lasciava alle regioni la possibilità di organizzarsi diversamente. Ad agosto 2020, il Ministero della Salute ha aggiornato le direttive, stabilendo che l’aborto farmacologico deve sempre essere possibile anche in regime di day hospital, con il quale le donne possono recarsi nella struttura sanitaria per assumere il primo farmaco, tornare a casa e ripresentarsi due giorni dopo per completare la procedura. Nella stessa occasione il ministero aveva esteso la possibilità di effettuare la procedura farmacologica anche nei consultori, oltre che in ospedale. Ma non tutte le regioni hanno recepito la nuova direttiva. 

Un esempio è quello delle Marche, regione amministrata da settembre 2020 da Francesco Acquaroli, eletto con Fratelli d’Italia e sostenuto anche da Lega, Forza Italia e da alcune liste civiche. A inizio 2021, la giunta Acquaroli ha eliminato la possibilità di effettuare l’aborto farmacologico nei consultori, costringendo quindi le donne interessate a fare riferimento agli ospedali di Urbino, San Benedetto del Tronto o Senigallia. Al tempo avevano fatto particolarmente discutere le affermazioni di Carlo Ciccioli, capogruppo regionale di Fratelli d’Italia, che in una riunione del consiglio regionale del gennaio 2021 aveva definito la difesa del diritto all’aborto come «una battaglia di retroguardia, senza dubbio», citando anche il pericolo di una presunta «sostituzione etnica» come motivazione per incentivare le donne italiane a fare figli e risolvere il problema della natalità. Ciccioli aveva anche affermato che in una «famiglia naturale», intesa dal consigliere come un nucleo composto da un uomo e una donna, «i genitori hanno compiti espliciti: il padre deve dare le regole, la madre accudire» i figli. 

Di recente, le Marche sono state indicate dagli oppositori politici di Meloni come l’esempio di quello che succederà in tutta Italia dopo un’eventuale vittoria di Fratelli d’Italia alle prossime elezioni. Gli ultimi dati disponibili sulle Ivg in Italia sono riferiti al 2020, e quindi non riflettono ancora le conseguenze delle scelte della giunta Acquaroli sull’accesso all’aborto nella regione. 

Le posizioni dei partiti sull’aborto

Oggi nessuno tra i principali partiti candidati alle elezioni del 25 settembre è dichiaramente contrario all’aborto. Forze politiche distanti tra loro, da Fratelli d’Italia al Partito democratico, affermano nei rispettivi programmi di voler applicare le legge 194 nella sua interezza. 

Nella coalizione di centrosinistra, il Pd vuole per esempio garantire «l’applicazione della legge 194/1978 in ogni sua parte sull’intero territorio nazionale» e «rafforzare la rete di consultori». La lista composta da Europa verde e Sinistra italiana afferma che «contraccezione, aborto ed esami in gravidanza devono essere realmente a disposizione in forma gratuita nei consultori»

Unione popolare, il movimento guidato dall’ex magistrato e sindaco di Napoli Luigi De Magistris, che alle elezioni correrà da solo, intende introdurre «misure a sostegno della piena applicazione della legge 194/78» e nel suo programma critica lo strumento dell’obiezione di coscienza che «lede il diritto all’autodeterminazione delle donne».

Nella coalizione di centrodestra, Fratelli d’Italia si impegna ad applicare pienamente la legge 194 «a partire dalla prevenzione» e a «tutelare la vita umana fin dal suo inizio». Il tema non compare nel programma della Lega, ma il 18 settembre il segretario Matteo Salvini ha detto in un comizio a Pontida che bisogna «tutelare la vita», aggiungendo che «l’ultima parola spetta sempre e solo alla donna». Nemmeno Forza Italia menziona il tema dell’aborto nel suo programma elettorale, così come l’alleanza tra Azione e Italia viva e Italexit, il partito guidato da Gianluigi Paragone.

Il Movimento 5 stelle vuole invece «garantire la libera scelta delle donne riguardo la maternità […] tutelando anche la donna che scelga di non portare avanti una gravidanza attraverso la presenza di personale non obiettore e percorsi assistenziali protetti in tutte le strutture»

L’unico partito candidato alle elezioni che vuole esplicitamente eliminare la possibilità di abortire è Alternativa per l’Italia, una lista nata lo scorso luglio dall’accordo tra il partito ultracattolico Popolo della famiglia, di Mario Adinolfi, ed Exit, il partito fondato da Simone Di Stefano, già esponente di punta del partito di estrema destra e di ispirazione neofascista Casapound. Il 24 agosto, Adinolfi ha criticato su Twitter la posizione della Lega e del centrodestra sull’aborto, affermando: «Non capirò mai perché le destre italiane siano così culturalmente subalterne alle sinistre. A non dover essere toccato è il bimbo, nessuno può ucciderlo».
Figura 2. Le posizioni dei principali partiti sul diritto all’aborto – Fonte: Indecis.it
Figura 2. Le posizioni dei principali partiti sul diritto all’aborto – Fonte: Indecis.it
Ricapitolando: se dopo le prossime elezioni non sembra essere in discussione la possibilità di abrogare o modificare in modo sostanziale la legge 194, potrebbe cambiare il mondo in cui questa viene applicata, in particolare per quanto riguarda le politiche di prevenzione e le fasi che precedono l’accesso alla procedura di Ivg.
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