La classifica sulla libertà di stampa non è così affidabile come sembra

È realizzata ogni anno da Reporter senza frontiere, ma va letta con cautela. Quest’anno l’Italia ha perso 17 posizioni, classificandosi cinquantottesima al mondo
ANSA
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Il 3 maggio, come da tradizione, è stata celebrata la Giornata mondiale per la libertà di stampa e l’organizzazione non-profit francese Reporter senza frontiere (Rsf) ha pubblicato la nuova edizione, aggiornata al 2022, del World press freedom index, la classifica che da vent’anni misura la libertà di stampa in 180 Paesi del mondo. Quest’anno l’Italia si è posizionata al cinquantottesimo posto, perdendo 17 posizioni rispetto al 2021. I grandi Paesi europei sono tutti posizionati meglio dell’Italia: la Spagna è trentaduesima, la Francia ventiseiesima e la Germania sedicesima.

Questa classifica va però presa con la giusta cautela: la metodologia utilizzata è stata criticata per essere troppo soggettiva e non adatta per fare confronti internazionali affidabili. 

Come funziona la classifica di Rsf

L’obiettivo del World press freedom index è quello di confrontare i «livelli di libertà di stampa di cui godono i giornalisti e i lavoratori dei media in 180 Paesi e territori». Nel 2022, Rsf ha cambiato la propria definizione di “libertà di stampa”, che ora è considerata come «l’abilità dei giornalisti come individui e come gruppo di selezionare, produrre e diffondere notizie nell’interesse del pubblico, in modo indipendente rispetto a interferenze di carattere politico, economico, legale e sociale e in assenza di minacce alla propria salute fisica e mentale».  

Quest’anno l’organizzazione ha cambiato anche la metodologia con cui misura la libertà di stampa. Il calcolo combina due elementi fondamentali: un’analisi quantitativa degli abusi subiti dai giornalisti o dagli organi di stampa in un determinato Paese, e un’analisi qualitativa della situazione di ogni Paese. Quest’ultima, a sua volta, si basa su un questionario che viene inviato a «specialisti della libertà di stampa», tra cui giornalisti, ricercatori, accademici e attivisti, in tutti i Paesi considerati. Le domande del questionario si concentrano su cinque macroargomenti: il contesto politico, legale, economico, socioculturale, e il tema della sicurezza. 

In base a questi due fattori – uno quantitativo e l’altro qualitativo – Rsf assegna a ogni Paese un punteggio da 0 a 100, che indicano rispettivamente una situazione in cui la libertà di stampa è praticamente inesistente e una, ideale, in cui questa è sempre garantita e rispettata. Nel 2022 nessun Paese ha ottenuto il punteggio pieno: la Norvegia, per esempio, è al primo posto con 92,6. 

Dal 2013 al 2021, Rsf aveva adottato una metodologia leggermente diversa per determinare le varie posizioni nell’indice. I macroargomenti esaminati nel questionario non erano cinque, ma sei: pluralismo, indipendenza dei media, ambiente mediatico e auto-censura, contesto legale, trasparenza e qualità delle infrastrutture che supportano e producono le notizie. 

Rsf calcolava un primo punteggio basato esclusivamente sui risultati del questionario, e un secondo punteggio che univa ai risultati del questionario quelli dell’analisi quantitativa sugli abusi subiti dai giornalisti. Alla fine, veniva considerato il punteggio più alto tra i due risultati ottenuti, quindi il peggiore. Rsf giustificava il doppio calcolo, oggi abolito, affermando che questo poteva prevenire che un punteggio eccessivamente basso (e quindi migliore) fosse attribuito a Paesi in cui non sono stati registrati abusi soltanto perchè il sistema informativo è fortemente controllato da un potere centrale. 

Inoltre, negli anni è cambiato anche il numero di Paesi che compongono la classifica: erano 139 nel 2002, 168 nel 2006, e sono 180 dal 2014. 

Il cambio di metodologia tra 2021 e 2022 potrebbe essere uno dei motivi per i quali l’Italia ha perso 17 posizioni da un anno all’altro. Nell’Unione europea, solo i Paesi Bassi hanno avuto un calo peggiore rispetto a quello italiano, passando dalla sesta posizione alla ventottesima. Questo è dovuto in gran parte all’assassinio del giornalista investigativo Peter de Vries, ucciso da un colpo di arma da fuoco ad Amsterdam nel luglio 2021. 

Fuori dall’Europa, altri Paesi hanno avuto crolli più importanti, come Hong Kong, che ha perso 68 posizioni – passando dall’ottantesima nel 2021 alla 148 – soprattutto a causa della “Legge sulla sicurezza nazionale” imposta dal governo cinese dopo le proteste del 2020. 

I limiti della classifica

Uno dei limiti principali della classifica di Rsf, evidenziato per esempio nel 2014 dalla DW Akademie, il centro studi dell’emittente tedesca Deutsche Welle, sta nel carattere evidentemente soggettivo delle valutazioni, almeno per quanto riguarda la parte basata sui questionari. L’elenco esatto delle persone coinvolte non è disponibile pubblicamente, ma è inevitabile che le loro risposte siano basate sulle esperienze personali e sugli standard culturali e sociali del luogo in cui sono abituati a lavorare. Un giornalista che opera in un contesto di guerra potrebbe avere un’idea di “sicurezza” diversa da un collega basato in Paesi come la Norvegia o la Svizzera, per esempio. 

Inoltre, non è detto che ogni professionista chiamato a rispondere sia esperto in tutte le tematiche trattate dal questionario – che come abbiamo visto, vanno dal contesto legale a quello socioculturale – e quindi potrebbe fornire, seppur non intenzionalmente, risposte poco accurate. 

Un altro elemento contestato nel funzionamento della classifica di Rsf sta nel fatto che questa non misura la situazione relativa alla libertà di stampa in termini assoluti, ma si limita a dare conto di come ogni Paese si pone rispetto agli altri. 

Come sottolineato anche in un articolo del 2014 pubblicato sul quotidiano statunitense Washington Post, se un Paese ottiene un risultato migliore o peggiore rispetto agli anni precedenti non significa necessariamente che il livello di libertà di stampa sia cambiato, ma può anche indicare che altri Paesi hanno fatto meglio o peggio e quindi hanno raggiunto una posizione diversa nella classifica. Inoltre, spesso diversi Paesi hanno punteggi molto vicini, distanziati solo da qualche decimo percentuale, e quindi un cambiamento anche minimo può determinare spostamenti rilevanti nella classifica finale. 

La libertà di stampa in Italia

Dal 2002, primo anno in cui Rsf ha pubblicato la classifica, la posizione dell’Italia è oscillata tra il trentacinquesimo posto – la posizione migliore finora, raggiunta nel 2007 – alla settantasettesima, nel 2016.

Tra il 2014 e il 2015 il nostro Paese ha perso 28 posizioni, passando dalla 49 alla 77. Al tempo, Rsf aveva giustificato il crollo ricordando che decine di giornalisti erano sotto scorta e citando i processi avviati per il caso “Vatileaks”, una serie di scandali provocati dalla diffusione non autorizzata di documenti riservati del Papa. Nel 2016 la situazione è peggiorata ulteriormente, ma poi nel 2017 l’Italia ha recuperato 25 posizioni, passando dalla settantasettesima alla cinquantaduesima. 
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