Come sta andando il Pnrr, tra soldi non spesi, rincari e ritardi

Il piano da oltre 190 miliardi di euro procede non senza preoccupazioni: diversi fattori sembrano infatti complicarne l’attuazione
EPA/STEPHANIE LECOCQ
EPA/STEPHANIE LECOCQ
Il 13 aprile la Commissione europea ha versato all’Italia la prima rata da 21 miliardi di euro per il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), finanziato con risorse europee per far fronte alla crisi causata dalla pandemia di Covid-19. Il versamento è arrivato dopo che l’Ue ha certificato i 51 obiettivi del Pnrr raggiunti dall’Italia nel 2021. Entro la fine del 2022, il nostro Paese dovrà rispettare 100 nuove scadenze, 47 delle quali entro la fine di giugno, per ricevere i circa 46 miliardi di euro della seconda e terza rata dei fondi europei.

Come sta andando in questi primi quattro mesi dell’anno l’attuazione del piano? Tra soldi spesi meno del previsto, i rincari delle materie prime e alcune difficoltà nella partecipazione ai bandi, in particolare al Sud, i rischi di ritardi sulla tabella di marcia si fanno sempre più pressanti.

Bisogna spendere di più

Nei prossimi mesi una delle sfide principali del governo riguarda la necessità di accelerare la capacità di spesa per finanziare i progetti previsti dal Pnrr. Un campanello di allarme su questo punto è arrivato il 14 aprile, nell’audizione in Parlamento dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) – un organismo indipendente che controlla la trasparenza delle finanze pubbliche – sul Documento di economia e finanza (Def), che contiene le stime aggiornate sull’andamento dell’economia italiana e gli obiettivi di finanza pubblica per i prossimi anni.

L’Upb ha infatti calcolato che nel 2021 c’è stata una realizzazione degli interventi del Pnrr «inferiore a quanto ipotizzato». «Erano stati ipotizzati interventi per 13,7 miliardi di euro – si legge nell’audizione dell’Upb – a fronte dei 5,1 miliardi che sono stati effettivamente spesi e riguardanti per la maggior parte progetti già in essere». Come ha sottolineato Il Sole 24 Ore, l’anno scorso è stato dunque speso il 37,2 per cento di quanto preventivato: circa 2,5 miliardi di euro sono andati in progetti ferroviari, circa 1,2 miliardi di euro ai bonus edilizi, 990 milioni di euro a Transizione 4.0, un programma di incentivi per le aziende, e 395 milioni di euro per l’edilizia scolastica.

Entro il 2026 – anno in cui arriverà l’ultima delle dieci rate dei fondi europei – l’Italia dovrà spendere in media più di 35 miliardi di euro l’anno. È vero che la minor spesa registrata nel 2021, come sottolineato dall’Upb, ha permesso allo Stato di avere un migliore rapporto tra entrate e uscite, ma la fitta tabella di marcia del Pnrr richiede un’accelerazione per concretizzare i progetti già avviati.

I rincari delle materie prime

Una seconda fonte di preoccupazione, ormai da mesi, riguarda poi i rincari delle materie prime, i cui prezzi sono aumentati con la ripresa economica post-pandemia e cresciuti ancora nelle ultime settimane a causa della guerra in Ucraina. Questi rincari, uniti all’aumento dei costi di elettricità e gas, hanno conseguenze dirette sull’attuazione del Pnrr, perché influenzano al rialzo i costi di realizzazione di progetti, stimati più bassi quando il piano è stato scritto e approvato dall’Ue.

Da mesi, per esempio, l’Associazione nazionale costruttori edili (Ance) denuncia che i rincari rischiano di «bloccare i cantieri», complicando la possibilità di onorare i contratti con le imprese. Diversi leader di partito, da Enrico Letta (Partito democratico) a Matteo Salvini (Lega), passando per Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia), hanno chiesto al governo di rimettere mano al piano, per modificarlo o, almeno, per posticipare le scadenze fissate con l’Ue. 

I trattati europei prevedono una procedura per riscrivere il Pnrr di fronte a «circostanze oggettive», come potrebbero essere i rincari energetici, ma richiede nuove trattative con l’Ue e tempistiche articolate. Al momento, il governo non sta prendendo in considerazione l’ipotesi di cambiare il piano e gli accordi con l’Ue. Come ha sottolineato il 19 aprile in un’intervista con Il Messaggero Enrico Giovannini, ministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibile, l’attuale strategia dell’esecutivo è quella di adeguare i prezzi delle nuove gare ai valori di mercato e di compensare le imprese per gli aumenti. «Ci potranno essere degli scostamenti su singole opere – ha dichiarato Giovannini – ma porteremo a termine tutte le opere strategiche nei termini del Pnrr».

I rischi per il Sud

Nell’attuazione del Pnrr, un’attenzione particolare è riservata alle regioni e ai comuni del Sud Italia, ai quali, in base agli impegni del governo, dovrà andare il 40 per cento delle risorse del piano allocabili territorialmente, ossia circa 86 miliardi di euro.

Come ha sottolineato di recente in una nota la Svimez, l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, i dati più aggiornati del Ministero per il Sud e la Coesione territoriale, guidato da Mara Carfagna (Forza Italia), mostrano «diversi profili di criticità». Secondo i conti della Svimez, infatti, finora le uniche risorse certe, che andranno in progetti per il Sud, ammontano a quasi 25 miliardi di euro, meno di un terzo degli 86 miliardi di euro citati sopra. Oltre la metà di queste risorse “certe”, in più, fanno riferimento a progetti del Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibile, «in buona parte» già «in essere», ossia sono «interventi per i quali già esistevano coperture nel bilancio dello Stato poi sostituite da quelle del Pnrr». Sui rimanenti 61 miliardi di euro c’è maggiore incertezza, perché la loro «destinazione effettiva» alla regioni meridionali «dovrà realizzarsi in fase di attuazione».

Di recente, un bando in particolare ha mostrato le difficoltà del Sud nell’ottenere e impiegare le risorse in arrivo dall’Ue. Stiamo parlando del bando per gli asili nido, a cui il Pnrr ha destinato circa 2,4 miliardi di euro. La scadenza iniziale del bando era stata fissata il 28 febbraio, poi prorogata al 31 marzo: le richieste arrivate ammontavano a circa 1,2 miliardi di euro, con una scarsa partecipazione proprio dei comuni del Sud, a causa della carenza di personale e di competenze per sviluppare i progetti. Ora è stata fissata un’ulteriore proroga, fino al 31 maggio, dedicata esclusivamente ad Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia.

La partita politica sulle riforme

Infine, un quarto elemento di preoccupazione arriva dal rispetto delle scadenze previste nelle prossime settimane, visto il ritmo tenuto finora. Come ha infatti spiegato Openpolis, fondazione attiva nel promuovere la trasparenza all’interno della politica, entro il 31 marzo l’Italia avrebbe dovuto portare a termine le prime sette scadenze fissate con l’Ue nel 2022: ma alla data del 6 aprile due di questi traguardi risultavano «ancora in fase di completamento». 

Ora, tra aprile e giugno 2022, gli obiettivi da rispettare sono 38 e su alcuni di questi sono già stati comunque fatti parecchi passi in avanti, come verificato dal monitoraggio indipendente del Pnrr dell’Osservatorio Recovery Plan (Orep), un progetto indipendente del dipartimento di economia e finanza dell’Università di Roma Tor Vergata e di Promo Pa, fondazione che promuove l’innovazione nella pubblica amministrazione.

Il governo ha anche promesso di chiudere entro la fine di giugno quattro riforme, ricordate il 17 aprile da Mario Draghi nella sua intervista con il Corriere della Sera, la prima da quando è diventato presidente del Consiglio. «Ci sono alcune riforme che dobbiamo ancora realizzare: concorrenza, codice degli appalti, fisco e giustizia», ha sottolineato Draghi. Alcune sono in una fase più avanzata, altre meno.

Al momento, la legge annuale sulla concorrenza è all’esame della Commissione Industria, commercio e turismo del Senato. I partiti hanno presentato circa mille emendamenti per modificare il testo presentato dal governo e le votazioni procedono ancora a rilento. Tra le questioni più complicate da risolvere, c’è la messa a gare delle concessioni balneari, che dal 2024 non potranno più essere prorogate

In Commissione Finanze alla Camera è invece fermo l’esame del disegno di legge delega per la riforma del fisco. Lega e Forza Italia, che sostengono il governo, si oppongono al testo perché accusano il governo – con basi poco solide – di voler aumentare le tasse. Al momento i tecnici del Ministero dell’Economia e delle Finanze sono al lavoro per modificare alcune parti del disegno di legge e sbloccare il percorso del testo, che in caso di approvazione, come quello sulla concorrenza, dovrà poi passare all’altro ramo del Parlamento.

Infine, ci sono due riforme in una fase più avanzata dei lavori. Dopo il compromesso raggiunto con la ministra della Giustizia Marta Cartabia, l’aula della Camera ha iniziato la discussione sulla riforma del Consiglio superiore della magistratura (Csm), l’organo di autocontrollo della magistratura. L’obiettivo ribadito dal governo è quello di approvare il testo senza il ricorso al voto di fiducia, che di fatto azzererebbe il dibattito parlamentare su eventuali nuovi emendamenti. Il disegno di legge delega per la riforma degli appalti è già stato approvato dal Senato a inizio marzo 2022 e ora è all’esame della Commissione Ambiente della Camera.
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