Tra le riforme più importanti che il governo Renzi ha portato a termine in due anni di legislatura – in attesa, si intende, del nuovo Senato, che però sarà a regime solo tra un po’ – c’è stata senz’altro quella del mercato del lavoro, che si riassume di solito con l’etichetta ‘Jobs Act’.



Il Jobs Act è in realtà un insieme di diversi provvedimenti, il primo dei quali – il cosiddetto ‘decreto Poletti’ – sotto forma di decreto legge emanato nel marzo 2014 e il principale approvato dal parlamento all’inizio di dicembre dello stesso anno. Le misure che compongono il pacchetto riguardano principalmente l’introduzione di una nuova tipologia contrattuale – il contratto ‘a tutele crescenti’ – e alcune modifiche alla precedente disciplina sui licenziamenti, che ad esempio elimina la possibilità di reintegra nel caso di licenziamenti per motivi economici e la sostituisce con il pagamento di un indennizzo.



Da allora, il Presidente del Consiglio Renzi ha chiamato in causa diverse volte il Jobs Act per giustificare i miglioramenti del mercato del lavoro italiano registrati negli ultimi mesi. Per fare solo un esempio, lo scorso 12 ottobre Renzi ha twittato:




Senza dubbio, i dati sull’occupazione sono in miglioramento: nei primi otto mesi del 2015, secondo la nota mensile più recente dell’Istat, ci sono stati circa 200 mila nuovi occupati in più e il tasso di disoccupazione è sceso ad agosto all’11,9%.



Ma quanto di questo miglioramento è da attribuire al Jobs Act? L’ultimo Bollettino economico della Banca d’Italia, una pubblicazione trimestrale sui dati della nostra economia, contiene un interessante tentativo di scoprirlo.



La Banca d’Italia è partita dai dati del Veneto per i primi quattro mesi del 2015 e l’analisi è stata condotta sulle Comunicazioni obbligatorie del Ministero del Lavoro, che registrano tutte le variazioni occupazionali degli italiani. Sono esclusi dall’analisi il lavoro agricolo e quello nel settore pubblico (oltre, naturalmente, all’economia sommersa).



I nuovi posti di lavoro in Veneto nel gennaio-aprile 2015, con le limitazioni che abbiamo detto, sono stati poco più di 10 mila. Di questi, scrive la Banca d’Italia, il 75% è da attribuire al miglioramento del ciclo economico, dunque a condizioni generali non influenzate dalla legge. Nel 25% restante, “gli sgravi contributivi avrebbero concorso per due terzi, mentre la nuova disciplina dei licenziamenti per un terzo”.






(Fonte: Banca d’Italia, Bollettino economico n. 4/2015, p. 32)



Per “sgravi contributivi” si intende il provvedimento inserito nella Legge di Stabilità 2015, approvata a dicembre 2014, con cui lo Stato si fa carico per tre anni dei contributi previdenziali per i nuovi assunti a tempo indeterminato nel corso del 2015 (le limitazioni e i dettagli del provvedimento sono esposti in questa circolare dell’Inps). Il Jobs Act quindi, ovvero la “nuova disciplina dei licenziamenti” nelle parole della Banca d’Italia, ha pesato in Veneto per il rimanente terzo del 25% – nel complesso, meno del 10% dei nuovi posti di lavoro creati nella regione.



Il caso del Veneto si può allargare a tutta l’Italia? La Banca d’Italia scrive: “è verosimile che valutazioni analoghe siano applicabili all’intera economia”, anche se per confermarlo saranno necessarie ricerche aggiuntive.



Insomma: anche secondo la Banca d’Italia Renzi può dare onore al merito del Jobs Act di aver fatto aumentare l’occupazione. Quello che bisognerebbe aggiungere, però, è che il suo peso specifico sembra essere finora piuttosto limitato visto che gran parte dei nuovi posti di lavoro dipende invece dal miglioramento del ciclo economico.