Pubblicato: mercoledì 25 novembre 2020
Photo: Ansa
Isolamento e coronavirus: i numeri sulla violenza contro le donne in tempi di pandemia

L’emergenza sanitaria causata dal nuovo coronavirus ha avuto ripercussioni molto forti sul fenomeno della violenza contro le donne, soprattutto in ambito domestico. Già nella scorsa primavera i numeri internazionali parlavano di una crescita delle violenze dovute all’isolamento forzato imposto in moltissimi Paesi del mondo.

Questo fenomeno resta comunque molto difficile da misurare, perché è in larga parte sommerso. Esistono però alcune statistiche che permettono di valutare quale sia stato il peggioramento della violenza di genere in Italia soprattutto nei mesi caratterizzati dal lockdown e nel periodo immediatamente successivo.

In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, abbiamo analizzato nel dettaglio che cosa dicono i dati Istat sulle chiamate al numero antiviolenza 1522, per poi approfondire altri due temi: qual è la situazione dei centri antiviolenza e che cosa ha fatto la task force “Donne per un nuovo rinascimento”, nominata ad aprile dal governo.

I dati sul numero 1522

A fine ottobre Istat ha pubblicato una serie di dati per comprendere come sia aumentata la portata della violenza di genere in Italia, utilizzando le rilevazioni sulle chiamate al numero 1522, coordinato dal Dipartimento per le pari opportunità (qui abbiamo rielaborato i dati Istat in 19 grafici).

Questo recapito è attivo dal 2006, tutti i giorni, 24 ore su 24, ed è un utile indicatore di allarme per monitorare la violenza di genere nel nostro Paese.

L’aumento delle chiamate

Tra marzo e giugno 2020 – il periodo più fortemente condizionato dalle limitazioni per l’emergenza coronavirus – le chiamate valide al numero antiviolenza 1522 hanno segnato un aumento di circa il 120 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, passando da quasi 7 mila a oltre 15.200. Un aumento di circa il 72 per cento è stato registrato anche nel periodo che va da marzo a ottobre scorso.

Tra marzo e giugno 2020 le richieste di aiuto da parte di vittime di violenza sono state quasi 4.899, ossia 2.642 in più rispetto al periodo marzo-giugno dello scorso anno (Grafico 1).

Chi sono le vittime di violenza

Chi chiama il 1522 è quasi nella totalità dei casi donna, di nazionalità italiana, eterosessuale, senza disabilità e vuole segnalare un caso di violenza di cui è vittima.

Attraverso la chiamata, gli operatori del servizio 1522 definiscono infatti anche il profilo socio-demografico delle vittime di violenza domestica basata sul genere. Tra marzo e giugno 2020, la fetta più importante è composta da donne (6.254), ma ci sono anche uomini (233). Tra le vittime, 2.582 risultano coniugate, mentre 2.277 sono celibi o nubili. La classe di età che più frequentemente si rivolge al servizio antiviolenza è quella che va dai 35 ai 54 anni.

La Lombardia è la regione che ha segnato l’incremento maggiore di vittime di violenza che chiamano il servizio (in totale 1.004), seguita dal Lazio (759) e dalla Campania (588).

La maggior parte delle violenze riguarda cittadine di nazionalità italiana (Grafico 2).

L’importanza dell’indipendenza economica

Sul totale delle circa 6.500 vittime di violenza domestica, 1.500 hanno dichiarato di essere disoccupate o in cerca di lavoro (non è però possibile sapere quanti sono uomini e quanti donne): questo dato acquisisce valore quando viene collegato ad altre risposte che la vittima di violenza fornisce nel colloquio con gli operatori.

Durante il lockdown una vittima su due ha infatti detto di aver ritirato la denuncia di violenza domestica perché ritornata dal maltrattante, mentre il 6,9 per cento di aver preso questa decisione poiché non aveva un posto sicuro dove andare.

L’indipendenza economica è certamente uno degli elementi che permette alla vittima di uscire dalla situazione di violenza che sta subendo, ed è notoriamente maggiore negli uomini più che nelle donne. Questo aspetto non gioca a favore di queste ultime, che rischiano effettivamente di entrare in un circolo vizioso che dovrebbe essere spezzato da una maggiore tutela dello Stato. L’autonomia occupazionale, economica e sociale sono imprescindibili per fuggire dalla violenza economica subìta.

La violenza sulle donne è reiterata per anni...

Nel corso della vita, una donna è minacciata da diverse forme di violenza. In Italia, all’interno delle mura domestiche, si riscontrano abusi fisici, sessuali, economici e psicologici. La violenza riportata dalle vittime che si rivolgono al 1522 è perlopiù fisica e psicologica (con un numero cospicuo anche di quella sessuale) e viene esercitata per mesi o anni soprattutto dal marito della vittima, dal convivente o dall’ex partner.

La violenza avviene in casa, dove si reitera e alimenta: il posto che pensiamo come più sicuro di tutti per tanti diventa un luogo di violenza dal quale è impossibile allontanarsi. E soprattutto è stato così durante una pandemia.

Il codice di procedura penale identifica i maltrattamenti contro familiari e conviventi, insieme allo stalking e alla violenza sessuale, come reati “spia” della violenza di genere. Nei mesi di marzo e aprile 2020, secondo i dati della Direzione centrale della Polizia Criminale, il numero di denunce – e non di segnalazioni – di reati “spia” ha avuto una diminuzione non indifferente anche se, nel caso dei maltrattamenti, la percentuale di vittime donne ha raggiunto comunque cifre molto alte: 81 per cento in aprile e 78 per cento in maggio.

...e non viene denunciata

Come abbiamo già anticipato, però, nella maggior parte dei casi le violenze non vengono denunciate. Tra marzo e maggio 2020 il servizio 1522 ha conteggiato 4.738 casi di donne che non hanno denunciato, in aumento rispetto al 2019 (2.212) (Grafico 3).

I motivi che spingono una donna a non intraprendere il percorso legale della denuncia o a ritirarla sono molti: 969 vittime non vogliono compromettere il proprio contesto familiare, anche se già poco stabile a seguito di una violenza; 263 dicono di essere tornate dal maltrattante; mentre 611 hanno paura (genericamente) e 531 hanno paura del violento.

L’accesso alla giustizia e le tutele per le vittime di violenza in Italia, come abbiamo segnalato in passato, non sono comunque all’altezza di quanto imposto dalla Convenzione di Istanbul del 211, sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne.

Per questo motivo, fino al 31 marzo 2021, il nostro Paese rimarrà sottoposto al monitoraggio del Consiglio d’Europa – un’organizzazione internazionale, distinta dall’Unione europea, che si occupa di tutela dei diritti umani – che effettuerà una vigilanza per favorire la concreta applicazione delle leggi per prevenire la violenza e garantire le tutele per le vittime.

Quante vittime hanno figli

Come detto, la maggior parte degli abusi e delle violenze che sono segnalate al servizio 1522 si sono svolti all’interno della propria casa e spesso coinvolgono anche altre persone oltre alla vittima, nello specifico i figli.

Secondo i dati Istat, relativi alle chiamate al 1522, il tema della violenza assistita è tutt’altro che limitato: le vittime che hanno dichiarato di vivere con i figli nel periodo del lockdown sono state 3.801; i figli che hanno assistito a episodi di violenza sono stati 1.923 e quelli che ne hanno subita una 354. Un dato da considerare fra i fattori di rischio che possono portare ad un processo intergenerazionale di trasmissione della violenza.

Qual è la situazione dei centri antiviolenza

Come abbiamo spiegato già in passato, le realtà più importanti per vicinanza alle vittime e capillarità sul territorio nazionale sono i centri antiviolenza e le case rifugio.

L’intesa firmata nel 2014 tra Stato, Regioni e Province Autonome, stabilisce che i centri antiviolenza debbano essere strutture gratuite nelle quali è possibile accogliere le donne di tutte le età, così come i loro figli minorenni, vittime di violenza.

Secondo i dati Istat più aggiornati (pubblicati a fine ottobre 2020), nel 2018 nel nostro Paese i centri antiviolenza e i servizi a sostegno delle donne vittime di violenza erano 302 (segnalati alle Regioni e che hanno aderito all’intesa Stato-Regioni del 2014). In quell’anno, a questi servizi si erano rivolte quasi 50.000 donne.

Nel periodo dell’emergenza epidemiologica da Covid-19, il numero di nuovi contatti – ossia di persone che per la prima volta si rivolgevano a un centro antiviolenza – sembra essere aumentato. Secondo l’associazione D.i.Re – che ha all’attivo un servizio di 80 centri antiviolenza in Italia – i nuovi contatti da parte di vittime di violenza di genere tra aprile e maggio 2020 sono aumentati del 17 per cento, passando dai 836 di marzo-aprile a 979.

Commentando i dati Istat pubblicati a ottobre sui centri antiviolenza, l’associazione D.i.Re ha dichiarato che, per aumentare tutele e protezioni nei confronti delle donne e delle vittime tutte di violenza di genere, è necessario differenziare tra centri antiviolenza che offrono assistenza a 360° e quelli che invece svolgono solo alcune prestazioni limitate. Nello specifico, D.i.Re ha sottolineato che i dati Istat fanno emergere il primato dei centri antiviolenza dell’associazione per quantità di donne accolte (quasi il 40 per cento di quelle che si sono rivolte al sistema antiviolenza italiano).

Poca concretezza dalla task force del governo

Prima di concludere, vediamo che cosa quali sono stati i risultati della task force formata dall’esecutivo per affrontare le questioni strettamente legate alle donne nel nostro Paese.

Ad aprile scorso la ministra per le Pari opportunità e la Famiglia Elena Bonetti (Italia viva) ha infatti nominato la task force “Donne per un nuovo rinascimento”, presieduta dalla direttrice generale del Cern di Ginevra Fabiola Gianotti e composta da altre 12 donne, tra imprenditrici, giornaliste e professoresse. Il loro compito, citando le parole della ministra Bonetti, sarebbe stato quello di guidare la ripartenza «delle donne, con le donne».

Come per la maggior parte delle task force create dal Governo, anche per questa i lavori e i verbali delle sedute realizzate non sono stati resi pubblici.

A metà luglio 2020, il Dipartimento per le Pari opportunità ha però pubblicato un documento riassuntivo dei lavori svolti nel periodo emergenziale. L’analisi e le proposte future presentate dalla ministra Bonetti, frutto del lavoro della task force, si limitano a uno sguardo ai dati relativi all’occupazione delle donne, alla leadership all’interno delle aziende, e all’istruzione in materie scientifiche.

Tutti aspetti a loro modo significativi, ma che non colgono il punto centrale del fenomeno della violenza di genere, soprattutto durante l’emergenza Covid-19.

In conclusione

Il fenomeno della violenza contro le donne è molto difficile da monitorare con precisione, ma diverse statistiche mostrano che durante i mesi di maggiore isolamento dell’epidemia di Covid-19 le violenze sono aumentate.

In base ai dati Istat, infatti, tra marzo e giugno 2020 sono più che raddoppiate le chiamate al numero antiviolenza 1522. In generale, la maggior parte delle chiamate viene da donne, di nazionalità italiana, eterosessuali, senza disabilità, che vogliono segnalare un caso di violenza di cui sono vittime.

La violenza riportata dalle vittime che si rivolgono al 1522 è perlopiù fisica e psicologica (con un numero cospicuo anche sessuale) e viene esercitata per mesi o anni soprattutto dal marito della vittima, dal convivente o dall’ex partner.

Per quanto riguarda i centri antiviolenza, permangono diverse criticità e dalla task force “Donne per un nuovo rinascimento”, nominata ad aprile dal governo, sono arrivate proposte poco concrete per arginare il fenomeno della violenza contro le donne.

Logo
Logo
Logo
Logo