Pubblicato: martedì 24 novembre 2020
Photo: Ansa
Il fact-checking di Conte a Otto e mezzo

Il 23 novembre il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è stato ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo su La7.

Dai dati sull’andamento del contagio di coronavirus in Italia a quelli sull’economia, abbiamo controllato cinque dichiarazioni di Conte per vedere se corrispondono al vero o meno.

Il calo dell’indice Rt

«Questo sistema di monitoraggio che abbiamo messo in piedi, collegato alle misure restrittive, sta funzionando. Lo diciamo con la dovuta cautela, se pensiamo che in due settimane ci ha consentito di passare da un Rt, che è la velocità di contagio, intorno a 1.72, adesso siamo scesi da 1.4 a 1.2» (min. 6:40)

Questa dichiarazione di Conte è sostanzialmente corretta, ma necessita di un paio di osservazioni.

L’indice Rt, come abbiamo scritto più volte, è fondamentale per capire qual è l’andamento del contagio del coronavirus. Dice quante persone vengono in media contagiate da un infetto: se il suo valore è superiore a 1, la trasmissione virale continua a crescere; se è inferiore a 1, va diminuendo. Un modo per ridurre l’indice Rt è quello di imporre una serie di misure di contenimento.

Lo scorso 6 novembre è entrata in vigore la suddivisione delle regioni italiane in aree rosse, arancioni e gialle, così come stabilito dal decreto del presidente del Consiglio dei ministri (Dpcm) del 3 novembre. La scelta di introdurre o allentare le restrizioni in alcune regioni si basa su due elementi. Da un lato ci sono 21 indicatori (stabiliti già a maggio scorso) che determinano il livello di rischio in cui si trova una regione; dall’altro lato c’è l’indice Rt: più è alto, più la trasmissibilità del virus rischia di diventare sempre più incontrollabile. L’incrocio di questi due elementi – i 21 indicatori e il livello dell’indice Rt – stabilisce in quale delle tre categorie di criticità debba finire una regione.

Secondo il monitoraggio più aggiornato del Ministero della Salute, pubblicato lo scorso 20 novembre, l’indice Rt in Italia si attesta intorno a un valore di 1,18 – in sostanza l’«1,2» indicato da Conte. Bisogna sottolineare che questo dato è relativo al periodo tra il 28 ottobre e il 10 novembre. Come abbiamo spiegato di recente, infatti, il calcolo di Rt è complesso e richiede tempo per ottenere dati consolidati. Questo non è per nulla esente da problemi: «Si osserva complessivamente una criticità nel mantenere elevata la qualità dei dati riportati al sistema di sorveglianza integrato sia per tempestività sia per completezza», spiega il monitoraggio ministeriale. «Come conseguenza questo può portare ad una sottostima della velocità di trasmissione e dell’incidenza».

È vero comunque che l’indice Rt è in calo, come ha detto Conte (Grafico 1): era pari a 1,72 nel periodo tra il 15 e il 28 ottobre e a 1,43 tra il 22 ottobre e il 4 novembre. Va comunque sottolineato che questi dati sono sempre contenuti all’interno di un margine di errore, che per il più recente indice Rt pari a circa 1,2 va da 0,94 a 1,49.

Grafico 1: Andamento dell’indice Rt in Italia – Fonte: Iss

In parte, questi risultati sono merito delle restrizioni introdotte nelle scorse settimane. Come ha sottolineato il direttore generale della Prevenzione del Ministero della Salute Giovanni Rezza, commentando i dati dell’ultimo monitoraggio, con la discesa dell’indice di Rt «si sta registrando un primo effetto degli interventi che sono stati messi in atto» dalle autorità per fermare la crescita dei contagi.

Un po’ di confusione su tracciamento e tamponi

Gruber: «Il tracciamento non si riesce più a fare… anche questo Rt: sarà vero, non sarà vero?»

Conte: «No, non è così. Noi siamo passati da un tracciamento di 25 mila al giorno a tamponi sino a 250 mila, intorno a 200 mila al giorno» (min. 7:00)

Subito dopo la frase sul calo dell’indice Rt, la conduttrice Lilli Gruber ha fatto notare a Conte che il tracciamento dei contagi «non si riesce più a fare», con un conseguente aumento dell’incertezza nel valutare l’andamento dell’epidemia. Secondo il presidente del Consiglio, le cose non stanno così, come dimostrato dall’elevato numero di tamponi fatto dal nostro Paese. Qui il presidente del Consiglio ha fatto un po’ di confusione: vediamo nel dettaglio il perché.

Come abbiamo spiegato in passato, il tracciamento dei nuovi casi positivi permette di individuare potenziali nuovi contagiati tra i loro contatti stretti e interrompere così la nascita di nuove catene di contagio. Negli ultimi mesi, con la crescita della curva epidemiologica, il sistema di tracciamento in Italia è però di fatto saltato.

Secondo il monitoraggio più aggiornato del Ministero della Salute, soltanto il 20 per cento circa dei nuovi contagi è diagnosticato attraverso le attività di tracciamento dei contatti, una percentuale comunque in leggera risalita rispetto a inizio novembre. A fine settembre, però, questa percentuale era più alta (Grafico 2).

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Grafico 2. Percentuale dei nuovi diagnosticati trovati con il contact tracing – Fonte: Ministero della Salute

Da mesi, dunque, il tracciamento italiano è in continua difficoltà, cosa che può portare a una sottostima dei contagi, con effetti sul calcolo dell’indice Rt. Questa constatazione non può essere smentita citando l’elevato numero dei tamponi, come ha fatto invece Conte su La7.

È vero che i tamponi fatti in Italia sono passati dai 25 mila circa giornalieri di fine marzo agli oltre 200 mila di oggi, ma la difesa del presidente del Consiglio è fuorviante per almeno due motivi. Il primo è che si stanno confrontando periodi molto diversi tra loro: nella prima ondata, per esempio, si testavano soltanto i casi più gravi, mentre in questa seconda ondata si riescono a intercettare anche i casi più lievi.

Un secondo motivo è che il numero dei tamponi ha solo in parte a che fare con il sistema di tracciamento. Il dato sui test fa infatti riferimento alla capacità di testing di un Paese, piuttosto che alla sua reale capacità di andare a individuare i contatti stretti positivi dei nuovi casi diagnosticati. Come abbiamo visto, la capacità di fare test può aumentare, ma parallelamente diminuire sempre di più quella di tracciamento: semplicemente il virus si diffonde sempre di più, vengono sempre individuati più casi, ma sempre meno si riesce a stare dietro a tutti i contatti.

La crescita del Pil

«Nel terzo trimestre abbiamo avuto un Pil del +16,1 per cento, di tutto rispetto a livello europeo» (min. 20:35)

Qui Conte cita una percentuale corretta sulla crescita del Pil italiano tra luglio e settembre 2020, rispetto al trimestre precedente. Secondo i dati provvisori pubblicati da Eurostat lo scorso 13 novembre, nel terzo trimestre di quest’anno il Pil del nostro Paese è cresciuto del 16,1 per cento rispetto ad aprile-giugno 2020. Ma è davvero un dato «di tutto rispetto», come ha sostenuto il presidente del Consiglio? Questo è un giudizio soggettivo, ma un paio di confronti ci permettono di contestualizzare meglio la portata della crescita del Pil del nostro Paese.

Tra i 27 Paesi membri dell’Ue, il +16,1 per cento italiano si piazza in terza posizione, dietro ad altri due grandi Paesi europei: Francia (+18,2 per cento) e Spagna (+16,7 per cento). Durante una conferenza stampa, il 18 ottobre Conte aveva detto che la ripresa del Pil italiano nel terzo trimestre sarebbe stata migliore di Francia, Spagna e Germania, previsione dimostratasi poi vera solo per quanto riguarda il confronto con l’economia tedesca (cresciuta nel terzo trimestre del 2020 dell’8,2 per cento) (Grafico 3).

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Grafico 3. Aumento del Pil rispetto ad aprile-giugno 2020 – Fonte: Eurostat

Va comunque sottolineato che nel terzo trimestre 2020 il Pil italiano ha registrato un calo del 17,9 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso: il terzo crollo peggiore nella Ue dietro a Spagna (-21,5 per cento) e Francia (-18,9 per cento).

Quante volte sono andati in Parlamento Conte e Speranza

«Io e il ministro Speranza, solo per le informative sull’emergenza, siamo stati 14-15 volte in Parlamento» (min. 24:29)

Prima di vedere se il numero citato da Conte è corretto, chiariamo brevemente che cosa sono le «informative» a cui ha fatto riferimento. Come spiega una guida del Partito democratico alle norme parlamentari, le informative urgenti sono interventi che un membro del governo può tenere in Parlamento «nell’immediatezza di eventi particolarmente rilevanti». Sono diverse dalle «comunicazioni del governo», in quanto quest’ultime, in alcuni casi, possono concludersi con la votazione di eventuali risoluzioni presentate dai vari gruppi parlamentari.

Secondo il sito della Camera dei deputati (che in questo caso tiene anche conto delle attività in Senato), da fine gennaio scorso ad oggi il ministro della Salute Roberto Speranza è intervenuto quattro volte sia a Montecitorio che a Palazzo Madama per informative riguardanti l’emergenza coronavirus; il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha invece totalizzato sei informative sull’epidemia in entrambi i rami del Parlamento.

Nel complesso, considerando sia Conte che Speranza, stiamo parlando di una decina di informative per la Camera e una decina per il Senato: 20 interventi in tutto, un dato leggermente più alto dei «14-15» indicati dal presidente del Consiglio.

Quanto ci costano gli interessi sul debito

«Stiamo risparmiando molto, il famoso spread, sulla spesa degli interessi» (min. 38:39)

Infine, guardiamo che cosa dicono i numeri sui costi a cui il nostro Paese deve far fronte per finanziare il proprio debito pubblico.

Come abbiamo spiegato più volte, in Italia nel linguaggio comune si usa il termine “spread” per indicare il divario esistente tra i tassi di interesse dei titoli di stato italiani – in particolare il Btp italiano con scadenza a dieci anni – e il Bund tedesco con la stessa scadenza, che è preso come riferimento in tutta Europa per la particolare solidità delle finanze pubbliche tedesche.

Lo spread viene spesso preso a misura di quanta fiducia hanno i mercati finanziari sull’economia italiana. Più aumenta la fiducia verso la capacità dello Stato italiano di rimborsare un titolo di Stato, più lo spread diminuisce. E questo ha degli effetti concreti sulle casse del nostro Paese, che dovrà spendere meno per ripagare agli investitori gli interessi sul proprio debito pubblico.

Come mostra il Grafico 3 (con le elaborazioni più aggiornate del Sole 24 Ore), lo spread italiano è in calo da diversi mesi, attestandosi in questi giorni intorno ai 115 punti percentuali, dopo aver superato i 300 durante il mese di marzo. Questa dinamica è soprattutto merito dei significativi interventi messi in campo dalla Banca centrale europea (Bce), attraverso il Pandemic emergency purchase programme (Pepp), con cui acquista i titoli di Stato dei Paesi Ue.

Grafico 4. Andamento dello spread dal 1° gennaio al 23 novembre 2020 – Fonte: Il Sole 24 Ore

Come abbiamo scritto a maggio scorso, tra il 1980 e il 2019 l’Italia ha speso in media circa 185 milioni di euro al giorno in interessi sul debito; negli anni più recenti, stiamo parlando di una media annuale di circa 70 miliardi tra il 2010 e il 2019. Ma come mostrano i dati della Banca d’Italia, in rapporto al Pil questa cifra è in calo almeno dal 2012, dove aveva raggiunto il livello del 5,2 per cento; nel 2019 è stato del 3,4 per cento.

Secondo i dati contenuti nel Documento programmatico di bilancio – inviato il 19 ottobre dall’Italia all’Ue – a fine 2020 la spesa per interessi dovrebbe attestarsi intorno al 3,5 per cento del Pil (in leggero rialzo rispetto l’anno scorso), per poi calare al 3,3 per cento nel 2021 e al 3,1 per cento nel 2022 e 2023.

Come hanno evidenziato alcuni commentatori, sembra paradossale che, mentre il debito pubblico italiano continua a crescere in modo consistente, il suo costo scenda. Ma come abbiamo visto prima, il motivo dipende dal fatto che al nostro Paese costa sempre meno finanziarsi sui mercati grazie anche agli interventi della Bce.

In ogni caso, secondo i dati più aggiornati della Banca d’Italia, a settembre 2020 il debito pubblico italiano ammontava a oltre 2.582 miliardi di euro (oltre 170 miliardi in più rispetto a dicembre 2019). Secondo le previsioni del governo, a fine 2020 il rapporto debito pubblico-Pil del nostro Paese si assesterà intorno al 158 per cento.

In conclusione

Abbiamo verificato cinque dichiarazioni di Giuseppe Conte, ospite a Otto e mezzo su La7: il presidente del Consiglio non ha commesso errori significativi, anche se in alcuni passaggi ha omesso di riportare alcuni dettagli o è stato fuorviante.

Gli effetti delle misure introdotte dal governo iniziano a farsi sentire: l’indice Rt più aggiornato è intorno all’1,2 – in calo rispetto alle settimane precedenti – ma è anche vero che, in alcuni casi, la scarsa qualità dei dati provenienti dalle regioni può portare a una sottostima della velocità di trasmissione e dell’incidenza dei nuovi casi.

I tamponi giornalieri, rispetto alla prima ondata, sono di fatto decuplicati, ma come ripetiamo da tempo bisogna fare attenzione a confrontare due contesti molto diversi tra loro; in più, l’elevato numero di tamponi non significa necessariamente che il sistema di tracciamento dei casi continua a funzionare, anzi. I dati dicono che solo un nuovo diagnosticato su cinque viene dal tracciamento, una percentuale che si è stabilizzata, ma che è stata in forte calo per molte settimane.

Nel terzo trimestre 2020 il Pil italiano è sì cresciuto del 16,1 per cento rispetto ai tre mesi prima, ma meglio di noi hanno fatto Francia e Spagna. Per quanto riguarda le informative in Parlamento, secondo Conte lui e il ministro Speranza ne hanno fatte «14-15», in realtà sono una decina per ramo del Parlamento.

Infine, il presidente del Consiglio ha ragione quando dice che lo spread continua a scendere, con stime di risparmi futuri sul costo degli interessi sul debito pubblico. Quest’ultimo però a fine 2020 raggiungerà comunque livelli record.

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