Pubblicato: martedì 21 settembre 2021
Niente nuove prove a favore delle cure domiciliari, nonostante gli annunci

Negli ultimi giorni il tema delle terapie domiciliari per curare la Covid-19 è tornato alla ribalta. Il 13 settembre, in Senato, si è tenuto un controverso convegno intitolato International Covid Summit – Esperienze di cura dal mondo, promosso dalla senatrice leghista Roberta Ferrero. Qui sono state riproposte le teorie, finora sempre smentite dagli studi scientifici, secondo cui curando a casa propria la Covid-19 con alcuni medicinali come l’idrossiclorochina e l’ivermectina si otterrebbero dei risultati estremamente positivi nell’impedire la degenerazione della malattia.

Il 16 settembre il quotidiano la Verità ha poi titolato in apertura in prima pagina: «Il Covid si cura, ecco le prove», in riferimento a un «imponente studio di un ricercatore della fondazione Hume» secondo cui con un mix di farmaci si abbattono i ricoveri dell’80 per cento e «crolla la letalità».

Questa notizia è stata ripresa da diversi politici, tra cui la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni. Il 17 settembre Meloni ha rilanciato quanto scritto da la Verità commentando che, grazie alle cure domiciliari, «sempre più medici di base hanno iniziato a curare pazienti positivi al virus con risultati stupefacenti».

Ma davvero sono emersi nuovi inediti elementi che dimostrerebbero l’efficacia delle terapie domiciliari? Che cosa dice la comunità scientifica in proposito? In sintesi: ad oggi ancora non ci sono studi che dimostrino che queste cure funzionino e sul punto, sia alcuni politici che alcuni organi di stampa, hanno diffuso informazioni scorrette e potenzialmente pericolose.

Che cosa sono le cure domiciliari

Come avevamo scritto già ad aprile, fin dall’inizio della pandemia diversi medici hanno proposto protocolli alternativi rispetto a quelli approvati dalle autorità per curare la Covid-19 in casa nei soggetti asintomatici o paucisintomatici. Questi ultimi, aggiornati dal Ministero della Salute ad aprile 2021, prevedono la cosiddetta “vigile attesa”, cioè un trattamento dei sintomi con paracetamolo e antinfiammatori non steroidei, unito a un costante monitoraggio della situazione. Nel caso questa peggiori, possono essere somministrati diversi altri medicinali (dall’eparina ai cortisonici) ma sempre sotto la supervisione di un medico.

Il Comitato cure domiciliari – un gruppo di medici e dottori italiani fondato tra marzo e aprile 2020 dall’avvocato Erich Grimaldi – mette insieme alcuni dei farmaci previsti anche dalle linee guida ufficiali, a certe condizioni, con altri farmaci e terapie la cui utilità non è mai stata dimostrata da studi scientifici. Ad esempio il Comitato sostiene che l’uso di idrossiclorochina, vitamina D e ivermectina darebbe risultati notevoli e permetterebbe di curare in casa la Covid-19.

Inoltre, in generale, il Comitato non pubblica i propri schemi terapeutici, né rilascia pubblicamente la propria controanalisi della letteratura accademica, rendendo impossibile una valutazione aperta da parte della comunità scientifica. Le poche cose che sono emerse finora hanno scatenato polemiche e aspre reazioni da parte dei sostenitori delle cure domiciliari, ma ancora non è stata fatta chiarezza. Sulla stessa linea del Comitato – in particolare nel sostegno a medicinali come l’idrossiclorochina e simili – si muove poi anche il movimento Ippocrate.org, fondato da Mauro Rango, un laureato in scienze politiche di cui si erano occupati i nostri colleghi di Facta già in passato.

Vediamo ora «l’imponente studio di un ricercatore della fondazione Hume», citato anche da Meloni e dalla Verità, secondo cui con un mix di farmaci si abbattono i ricoveri dell’80 per cento e «crolla la letalità».

Lo “studio” della fondazione Hume

La fondazione Hume è una fondazione di diritto privato, costituita nel 2011. Iniziali promotori e fondatori sono, tra gli altri, il giornalista Piero Ostellino e il sociologo Luca Ricolfi.

Il “ricercatore” autore dello “studio” è Mario Menichella, «fisico, data analyst e intellettuale, nipote dell’ex governatore della Banca d’Italia Donato Menichella, esperto di “problemi globali”». Non è dunque un ricercatore scientifico né un medico.

Il suo «imponente studio» è in realtà un articolo di una cinquantina di cartelle editoriali, pubblicato il 14 settembre sul sito della fondazione. Qui non viene detto niente di nuovo per quanto riguarda le terapie domiciliari e i loro risultati.

Niente di nuovo sotto il sole

Il protocollo citato da Menichella, e che discute ampiamente in tutto l’articolo, è quello pubblicato il 6 agosto 2020 dal cardiologo Peter McCullough e dall’epidemiologo Harvey Risch. Questo protocollo non è stato sviluppato sulla base di uno studio clinico: diversi medicinali o supplementi nutrizionali, come idrossiclorochina, azitromicina e zinco vengono suggeriti invece sulla base di evidenze deboli o circostanziali. L’articolo di Menichella è, infatti, in gran parte una lunga agiografia di McCullough, che descrive come «medico coraggioso»: in realtà durante la pandemia si è fatto conoscere per affermazioni scientificamente infondate.

In altri casi McCullough, citato da Menichella, anche quando dice cose scientificamente corrette le introduce in una cornice cospiratoria. McCullough per esempio dice: «Il miglior anti-infiammatorio contro il Covid è il cortisone… Ma la gente non lo sa. Non vi è stata nessuna parola su questi risultati: un blocco completo delle informazioni». Questo è falso: l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) stessa considera i corticosteroidi uno standard di cura, come uno dei pochi farmaci che hanno dimostrato un effetto positivo nella malattia da Covid-19.

Menichella inoltre è convinto che la terapia farmacologica permetterebbe di evitare lo spauracchio di varianti resistenti, come si presume (ne ha parlato, commettendo alcuni errori, anche Matteo Salvini) possa accadere con i vaccini. Non c’è motivo di ritenere che sia così, anzi: la farmacoresistenza è proprio uno dei motivi per cui è così difficile avere farmaci efficaci contro malattie virali quali l’influenza, l’Aids o l’herpes. È anzi cosa nota che la resistenza contro i farmaci si evolve regolarmente, mentre quella contro i vaccini assai più di rado. Le terapie farmacologiche come quelle proposte da Menichella quindi, se anche funzionassero, potrebbero essere superate dall’evoluzione del virus prima ancora dei vaccini.

Menichella prosegue nel suo articolo citando anche lo studio italiano di Giuseppe Remuzzi, direttore dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, e Fredy Suter, primario all’Ospedale Papa Giovanni XIII di Bergamo, che dimostrerebbe il successo di tali terapie domiciliari. In realtà come avevamo già spiegato, tale studio è da considerarsi preliminare e non probante, ma soprattutto include solo farmaci di comprovato funzionamento contro la Covid-19, a differenza dei protocolli di McCullough e del Comitato di Grimaldi. Menichella, citando Remuzzi, sostiene anche l’uso dell’ivermectina, farmaco antiparassitario diventato un po’ una “idrossiclorochina 2.0” e che, come l’idrossiclorochina, non ha vere evidenze scientifiche a suo favore.

Altri errori, imprecisioni e falsità dello “studio”

In generale, tutto l’articolo di Menichella, lungi dall’essere uno «studio» rivelatore, non fa altro che riassumere cose già uscite e già dette, e prosegue sulla falsariga dei numerosi e già esistenti contenuti pseudoscientifici sulle terapie farmacologiche per la Covid-19: si guarda solo agli studi che confermano la propria tesi ignorando le assai maggiori evidenze contrarie (cherry picking o bias di selezione) e si ripone una eccessiva fiducia in studi come quelli osservazionali che sono spesso poco controllati e di difficile interpretazione.

I numeri su ricoveri e decessi evitati con le terapie domiciliari, che Menichella cita verso la fine dell'articolo, sono estrapolazioni fatte da studi che, di per sé, non sono e non possono essere conclusivi. Viceversa, Menichella pone insinuazioni sull’efficacia e sicurezza dei vaccini, che sono invece stati oggetti di ricerche e studi – quelli sì – imponenti e il cui buon funzionamento è ormai verificato al di là di ogni dubbio dai dati empirici.

Menichella esprime anche opinioni false sull’aspetto legislativo, come ad esempio la falsa notizia che le cure e i vaccini sarebbero mutualmente esclusivi, in quanto i vaccini sarebbero «sperimentali» e non potrebbero essere legalmente utilizzati in presenza di terapie efficaci. In realtà, anche dal punto di vista legale, è confermato che i vaccini in uso contro la Covid-19 non si possono considerare «sperimentali», e la Commissione europea ha esplicitamente chiarito che terapie e vaccini vanno fianco a fianco.

Una sezione curiosa dell’articolo di Menichella è anche quella che cerca di minimizzare il rischio dovuto alla variante delta del Sars-CoV-2, che sarebbe sì più contagiosa ma in qualche modo “benigna” rispetto alle varianti precedenti del virus. In realtà, anche se il quadro non è ancora chiaro, ci sono vari dati che fanno sospettare come l variante delta possa essere più pericolosa dei ceppi di virus precedenti, e in ogni caso sicuramente non più blanda. Menichella cita a tal proposito Giorgio Palù, presidente dell’Aifa e virologo noto per affermazioni scientificamente poco accurate, secondo cui i virus si evolverebbero inevitabilmente verso una minore letalità. È una teoria infondata, o meglio: può succedere e in alcuni casi è successo, ma non è affatto garantito. Questo perché non sempre per il virus è più vantaggioso, in termini di contagio, causare una malattia più lieve.

Infine segnaliamo che lo stesso Menichella, in calce al suo articolo, scrive che questo non ha «alcuna pretesa di sostituire il parere del proprio medico curante e/o di uno specialista. Non deve quindi in alcun modo sostituire il rapporto diretto con i professionisti della salute, cui occorre rivolgersi prima di assumere qualsiasi farmaco». Chi ignorasse questo avvertimento, chiosa Menichella, «lo farebbe a proprio rischio e pericolo».

In conclusione

Il tema delle terapie domiciliari ha riguadagnato centralità nel dibattito politico. Questo è avvenuto soprattutto grazie a un controverso convegno ospitato dal Senato il 13 settembre, alla grande eco mediatica che ha avuto – complice la prima pagina della Verità – un articolo di Mario Menichella pubblicato dalla Fondazione Hume, e alla sponda che diversi politici (soprattutto di Fratelli d’Italia, a cominciare da Giorgia Meloni, ma non solo) hanno dato a queste tesi.

In realtà, abbiamo verificato, di nuovo su queste terapie non c’è nulla. Le cose che sono state dette di recente, in particolare nell’articolo di Menichella, sono le stesse che circolano da tempo. Non c’è ancora alcuna evidenza scientifica che le terapie domiciliari, nella definizione che ne dà il Comitato cure domiciliari, abbiano alcun impatto positivo sulla Covid-19. Il supporto a queste spesso poi si accompagna a un più o meno malcelato rifiuto dei vaccini e delle indicazioni della comunità scientifica.

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