Si fa presto a dire “fiducia”

In queste ore di possibile crisi di governo si sente parlare ripetutamente di “voto di fiducia”: che cosa vuol dire questa espressione?
ANSA
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Nelle ultime ore, una delle espressioni più utilizzate per parlare della possibile crisi di governo è “questione di fiducia”. La politica italiana è fatta di termini che a prima vista possono sembrare oscuri e, in effetti, non è sempre chiaro a che cosa si riferisca quando si parla di voti di fiducia in Parlamento. In questo caso, l’oggetto del voto di fiducia è il decreto “Aiuti”, e più precisamente la sua conversione in legge in Senato.

Abbiamo fatto un po’ di chiarezza su questa espressione, per capirci qualcosa di più in quello che sta succedendo tra il governo, il Movimento 5 stelle e gli altri partiti che sostengono l’esecutivo.

La fiducia in Costituzione

Come spiega il sito della Camera, con lo strumento della fiducia il Parlamento esercita la sua funzione di indirizzo politico nei confronti del governo. 

In base all’articolo 94 della Costituzione, il governo «deve avere la fiducia delle camere», ossia dell’aula della Camera dei deputati e di quella del Senato. Entro dieci giorni dalla sua formazione, un governo deve dunque recarsi in Parlamento per ricevere la fiducia dei parlamentari, che deve essere votata dalla maggioranza dei deputati e dei senatori. 

Il 17 febbraio 2021 il governo guidato da Mario Draghi ha ricevuto la fiducia con l’85 per cento dei voti alla Camera e oltre l’81 per cento dei voti al Senato, il terzo risultato più alto di sempre, dietro alle fiducie ricevute nel 1978 dal quarto governo Andreotti e nel 2011 dal governo Monti. 

La Costituzione non dice altro sui voti di fiducia, ma i regolamenti di Camera e Senato aggiungono altre due possibilità per sfruttare lo strumento della fiducia.

La questione di fiducia

In base all’articolo 116 della Camera e all’articolo 161 del Senato, il governo può porre la cosiddetta “questione di fiducia” su un provvedimento, come la conversione in legge di un decreto-legge o un disegno di legge, la cui approvazione ritiene fondamentale. Con la questione di fiducia, i tempi dell’esame del testo da parte del Parlamento si riducono, perché cade la possibilità per le aule di votare modifiche al testo. In questo modo, però, il governo rischia di perdere la fiducia di una delle due aule, nel caso in cui non avesse la maggioranza dei voti.

Tra la Camera e il Senato, valgono regole un po’ diverse. Alla Camera, il voto della questione di fiducia su un provvedimento è separato da quello sull’approvazione del provvedimento. Al Senato i due voti sono uniti. Per esempio, sul decreto “Aiuti”, su cui si gioca l’attuale possibile crisi di governo, la Camera ha approvato la questione del voto di fiducia il 6 luglio, con i voti dei deputati del Movimento 5 stelle, che poi non hanno partecipato al voto l’11 luglio, quando il provvedimento è stato comunque approvato. 

Numeri alla mano, al Senato il governo ha i voti per superare la questione di fiducia, anche senza quelli dei senatori del Movimento 5 stelle, il cui non voto è stato annunciato dal presidente del partito Giuseppe Conte. 

Secondo diversi esponenti del Movimento 5 stelle, anche se il partito non partecipasse al voto sul decreto “Aiuti”, non necessariamente vorrebbe dire che non ha più fiducia nel governo.

Da un punto di vista politico, però, le cose più sfumate di così: senza il sostegno del Movimento 5 stelle alla questione di fiducia sul decreto “Aiuti”, l’esecutivo ne uscirebbe indebolito, perché di fatto uno dei partiti che lo sostengono non gli avrebbe accordato la fiducia su un provvedimento ritenuto fondamentale. Questo potrebbe spingere il presidente del Consiglio Mario Draghi a ritenere finita la sua esperienza di governo.

Dal 13 febbraio 2021 a oggi, il governo Draghi ha posto la questione di fiducia su 54 provvedimenti: un voto di fiducia ogni 9,5 giorni circa, un record per gli ultimi otto governi.

La mozione di (s)fiducia

In base ai regolamenti parlamentari, sono poi possibili le cosiddette “mozioni di fiducia” o di “sfiducia” nei confronti dell’intero governo o di singoli ministri, presentate dai partiti dell’opposizione o anche da quelli della maggioranza. Se la fiducia all’esecutivo non viene rinnovata, il presidente del Consiglio sale al Quirinale per rimettere il proprio mandato nelle mani del presidente della Repubblica, che a quel punto può verificare con uno o più giri di consultazioni se esistono o meno maggioranze alternative in Parlamento e, eventualmente, sciogliere le camere e indire nuove elezioni.

Un governo può cadere senza che il voto sulla mozione di sfiducia vada fino in fondo. Il 20 agosto 2019, per esempio, l’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte è intervenuto in Parlamento prima di salire al Quirinale, ma un voto sulla mozione di sfiducia presentata dalla Lega non c’era stato, visto che il partito guidato da Matteo Salvini aveva ritirato la propria mozione di sfiducia con un tardivo dietrofront.

Nella storia repubblicana italiana, nessun governo è mai caduto a causa di una votazione di sfiducia. In passato, solo due governi, entrambi guidati da Romano Prodi e a distanza di 10 anni, sono caduti per il voto di fiducia su risoluzioni per approvare le comunicazioni del presidente del Consiglio. Non erano dunque mozioni di sfiducia vere e proprie.
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