Le promesse non mantenute da Draghi in un anno di governo

Tasse, pandemia e migranti: che cosa non è stato fatto dal discorso sulla fiducia di febbraio 2021
EPA/Geert Vanden Wijngaert/POOL
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Poco più di un anno fa, il 17 febbraio 2021, il presidente del Consiglio Mario Draghi si è presentato in Parlamento per chiedere la fiducia di Camera e Senato. Il discorso dell’ex presidente della Banca centrale europea (Bce) – che ha ricevuto il terzo sostegno più largo della storia repubblicana, dopo Mario Monti nel 2011 e Giulio Andreotti nel 1978 – conteneva diverse linee sul programma del neonato esecutivo, dalla gestione della pandemia all’economia, passando per il ruolo dell’Italia nell’Unione europea.

Abbiamo riletto le parole pronunciate da Draghi: almeno su tre temi il suo governo non ha mantenuto la parola data.

Il taglio dell’Irpef

Partiamo dalle promesse fatte da Draghi sul fisco. Nel suo primo discorso in Parlamento, l’ex presidente della Bce aveva dichiarato che «non è una buona idea cambiare le tasse una alla volta», sottolineando che «non bisogna dimenticare che il sistema tributario è un meccanismo complesso, le cui parti si legano una all’altra». Il presidente del Consiglio aveva anche aggiunto che «le esperienze di altri Paesi insegnano che le riforme della tassazione dovrebbero essere affidate a esperti», citando esplicitamente la necessità di «una revisione profonda dell’Irpef».

La revisione dell’imposta sui redditi delle persone fisiche è effettivamente stata approvata dal governo Draghi, con la legge di Bilancio per il 2021. In breve, il governo ha deciso di ridurre da cinque a quattro il numero delle aliquote dell’imposta, modificando anche il sistema delle detrazioni fiscali, che permettono di ridurre la base di reddito su cui è calcolata l’imposta. Secondo le stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), i maggiori vantaggi del taglio dell’Irpef – che costerà allo Stato nel 2021 circa 7 miliardi di euro – andranno alle fasce di reddito medio-alte, in particolare ai redditi tra i 42 mila e i 54 mila euro lordi.

Al di là della profondità o meno di questo intervento, la revisione dell’Irpef è andata in senso contrario rispetto a quanto promesso da Draghi, per almeno due motivi. Il primo: l’accordo sulla revisione dell’Irpef non si è basato sul contributo di una commissione di esperti, come delineato dal presidente del Consiglio nel suo discorso sulla fiducia, ma è arrivato a fine novembre scorso con un accordo tra i partiti che compongono la maggioranza di governo. Tra le altre cose, la scelta di ridurre le aliquote è stata suggerita dalla Commissione Finanze della Camera, composta da politici, al termine di un’indagine su come riformare l’Irpef.

La commissione aveva suggerito anche misure su altre imposte, ma il governo si è limitato a modificare soltanto l’Irpef (la legge di Bilancio per il 2021 ha comunque esentato lavoratori autonomi e ditte individuali dal pagamento dell’Irap). Questo secondo aspetto mostra il venire meno di Draghi alla parola data: l’esecutivo è di fatto intervenuto per revisionare solo un’imposta, nonostante lo stesso presidente del Consiglio avesse sottolineato come non fosse una «buona idea» cambiare le tasse «una alla volta». 

Dalla fine di ottobre alla Camera è in esame il disegno di legge delega per la riforma fiscale, con cui il governo ha chiesto al Parlamento di poter ricevere il potere legislativo e di modificare, tramite i decreti legislativi, le norme attualmente in vigore sul fisco, per esempio su Irpef, Iva e catasto. Al momento l’esame del testo è però rallentato dalle divisioni all’interno della maggioranza, con centinaia di emendamenti presentati dai vari partiti.

La comunicazione sulla pandemia

Sul fronte della diffusione della Covid-19, in Parlamento Draghi aveva promesso che il governo avrebbe informato i cittadini «con sufficiente anticipo» di «ogni cambiamento nelle regole», per «quanto compatibile con la rapida evoluzione della pandemia». Il governo precedente, guidato da Giuseppe Conte, era stato infatti molto criticato proprio sulla comunicazione a volte poco chiara e per il ricorso frequente ai decreti del presidente del Consiglio (i cosiddetti “Dcpm”).

Anche con il governo Draghi non sono mancati problemi di comunicazione sulle nuove regole per la gestione della pandemia, complici, da un lato, l’introduzione del green pass e i vari obblighi per partecipare a determinate attività, e, dall’altro lato, la diffusione della variante omicron, più contagiosa di quelle precedenti. Vediamo un paio di esempi in cui anche la comunicazione del nuovo esecutivo ha creato incertezze.

Tra la fine di novembre scorso e l’inizio di dicembre, il governo è riuscito a cambiare più di una volta nel giro di poche ore le regole per l’isolamento dei contatti stretti di uno studente positivo a scuola. Il 29 novembre, con una circolare, il Ministero della Salute e quello dell’Istruzione avevano sospeso provvisoriamente le regole entrate in vigore a inizio novembre, reintroducendo la didattica a distanza anche solo con un contagiato in classe. Ma il giorno dopo un’altra circolare ha ripristinato le precedenti indicazioni, creando non poca confusione.

Più di recente, il 21 gennaio 2022 è stato approvato un Dpcm che ha indicato le «attività essenziali» a cui si può accedere da febbraio senza essere in possesso del green pass. Nelle ore precedenti alla pubblicazione del decreto, diversi quotidiani avevano dato la notizia che il provvedimento del governo, tra le altre cose, avrebbe escluso la possibilità per chi fosse sprovvisto di green pass di comprare beni non essenziali nei supermercati. Il testo del Dpcm, una volta pubblicato, non ha chiarito questo aspetto, su cui sono dovute intervenire le Faq sul sito del governo. Qui infatti si legge che l’accesso ai supermercati «consente l’acquisto di qualsiasi tipo di merce, anche se non legata al soddisfacimento delle esigenze essenziali e primarie».

I numeri sui rimpatri

Infine, di fronte ai parlamentari, un anno fa il presidente Draghi aveva sottolineato che una sfida del suo governo sarebbe stata quella di negoziare a livello europeo un «nuovo Patto per le migrazioni e l’asilo», per rafforzare «l’equilibrio tra responsabilità dei Paesi di primo ingresso e solidarietà effettiva». «Cruciale sarà anche la costruzione di una politica europea dei rimpatri dei non aventi diritto alla protezione internazionale – aveva dichiarato Draghi – accanto al pieno rispetto dei diritti dei rifugiati».

Al momento in Europa è ancora in vigore il regolamento di Dublino, approvato nel 2013, che stabilisce i criteri e i meccanismi di determinazione dello Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale presentata in uno degli Stati membri. Uno degli aspetti più criticati di questo regolamento è il cosiddetto “criterio di primo ingresso”, secondo cui, se un richiedente arriva illegalmente in Europa attraverso la frontiera di uno Stato membro, quest’ultimo diventa responsabile della gestione della domanda di protezione nazionale del richiedente e si fa carico dei costi, economici e sociali, conseguenti. 

Questa norma svantaggia un Paese come l’Italia, che soltanto in questo 2022, secondo i dati del Ministero dell’Interno aggiornati al 25 febbraio, ha visto sbarcare sulle proprie coste oltre 5.300 migranti, contro i circa 4.500 dello stesso periodo del 2021 e i circa 2.400 di due anni fa. I numeri attuali restano comunque più bassi di quelli registrati tra il 2016 e il 2018, quando al governo c’era il centrosinistra. 

Ad oggi i tentativi di riforma del regolamento di Dublino non hanno raggiunto i risultati sperati. E discorso analogo vale per i rimpatri, su cui i numeri rimangono più bassi del passato, nonostante le parole di Draghi.

Secondo il monitoraggio più aggiornato del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, nel 2021 i rimpatri forzati fatti dall’Italia – per esempio, con voli charter – hanno riguardato 2.731 migranti: quasi sette su dieci sono stati riportati in Tunisia. Nel 2020 i rimpatri forzati erano stati 3.351, nel 2019 6.531 e nel 2018 6.398. Sul dimezzamento dei rimpatri avvenuto negli ultimi due anni, ha spiegato il garante, hanno pesato soprattutto le restrizioni introdotte per la pandemia di Covid-19.

I numeri bassi dei rimpatri, per di più concentrati verso un singolo Paese, evidenziano comunque il cronico limite delle politiche basate su questa strategia, su cui l’attuale governo non è ancora riuscito a incidere.
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