A che punto siamo con l’indipendenza dal gas russo

Dallo scoppio della guerra, l’Italia ha ridotto le importazioni, senza però azzerarle. I depositi di gas italiani sono quasi pieni, ma non basterebbero a coprire il consumo annuo del Paese
EPA/FILIP SINGER
EPA/FILIP SINGER
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, i Paesi europei hanno iniziato un percorso per rendersi indipendenti dalle importazioni di gas dalla Russia. Negli scorsi mesi, il governo italiano guidato da Mario Draghi ha per esempio trattato con vari Paesi – alcuni dei quali non molto diversi dalla Russia per diritti violati – per aumentare le fonti di approvvigionamento di gas.  

Dopo otto mesi di guerra, a che punto è l’Italia nel suo percorso per rendersi più indipendente dal gas russo? Le importazioni si sono ridotte, ma non ancora del tutto azzerate.

Le importazioni di gas russo

Secondo i dati più aggiornati del Ministero della Transizione ecologica (che con il nuovo governo Meloni ha preso il nome di “Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica”), tra gennaio e agosto 2022 l’Italia ha importato circa 50,2 miliardi di metri cubi di gas, di cui 11,7 miliardi dalla Russia. Nello stesso periodo del 2021 ne aveva importati 19,4 miliardi dalla Russia, a fronte di 48,3 miliardi di import totale. La quota di gas russo è dunque passata dal 40,1 per cento sul totale nel 2021 al 23,2 per cento nel 2022, poco meno di un dimezzamento.

Andando indietro nel tempo, ad agosto le importazioni di gas russo hanno raggiunto il livello più basso degli ultimi vent’anni, con l’unica l’eccezione del 2010, quando fu del 20 per cento (ma il 2022 deve ancora finire).
Con quali fonti è stato sostituito il gas russo? Il gas che arriva dall’Azerbaijan è passato dal rappresentare l’8,7 per cento nei primi otto mesi del 2021 al 13,5 per cento di quest’anno, mentre il gas che arriva dall’Europa del Nord è aumentato dal 2,4 per cento all’11,7 per cento. Il gas algerino è in leggera crescita, ma in modo contenuto, passando dal 29,3 al 30,3 per cento, mentre la quota proveniente dalla Libia è scesa dal 4,6 per cento al 3,2 per cento.

La produzione nazionale è rimasta invece abbastanza secondaria, con 2,2 miliardi di metri cubi di gas estratti sia nel 2021 sia nel 2020, circa il 4 per cento sul totale del gas consumato.

Il calo continua

I dati diffusi dal ministero si fermano ad agosto, ma negli ultimi due mesi la quota di gas russa sembra essersi ridotta ulteriormente. I dati pubblicati da Snam, la società che gestisce la rete di gasdotti italiani, mostrano infatti che le importazioni di gas russo hanno pesato a settembre per il 14 per cento sul totale e a ottobre per il 6 per cento.

Complessivamente, tra settembre e ottobre 2022 il gas russo ha pesato per il 10 per cento sulle importazioni totali (contro il 40 per cento nel 2021), mentre quello algerino per il 38 per cento (28 per cento), quello dell’Azerbaijan per il 17 per cento (13 per cento), quello del Nord Europa per il 9 per cento (3 per cento) e quello libico per il 4 per cento (5 per cento).

Il contributo dei rigassificatori

Il peso sulle importazioni del cosiddetto “gas naturale liquefatto” (Gnl), ossia quello che arriva allo stato liquido e viene riportato allo stato gassoso nei rigassificatori, è passato dal 14,9 al 18,1 per cento.

Negli ultimi mesi si è discusso molto della necessità di installare nuovi rigassificatori in Italia per aumentare la capacità del nostro Paese di sfruttare il gas naturale liquefatto. In particolare, i partiti si sono divisi sull’installazione temporanea di una nave rigassificatrice nel porto di Piombino, in Toscana. Lo scorso 25 ottobre il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani (Partito democratico) ha firmato l’autorizzazione per l’installazione del rigassificatore, ma il sindaco di Piombino Francesco Ferrari (Fratelli d’Italia) ha già annunciato che farà ricorso.

A oggi, il processo di rigassificazione in Italia avviene in tre siti: sulla terraferma a La Spezia, in Liguria, e su due rigassificatori off-shore, ossia in mare, a Livorno, in Toscana, e a Porto Viro, in Veneto. Il primo rigassificatore ha una capacità di produzione annuale di 3,5 miliardi di metri cubi, il secondo di 3,75 miliardi e il terzo di 8 miliardi. Il rigassificatore che si vorrebbe mettere a Piombino avrebbe una capacità di 5 miliardi di metri cubi.

Quanto sono pieni i depositi

A fine ottobre i depositi italiani di gas erano pieni al 95,3 per cento, un dato in continuo aumento da aprile. L’obiettivo che si era data l’Unione europea era di raggiungere almeno l’85 per cento per l’inverno, in modo da poter affrontare al meglio la stagione fredda.

Secondo i dati più aggiornati di Gas Infrastructure Europe, un’associazione che rappresenta i principali operatori di gas nel continente, i Paesi dell’Unione europea hanno in media un tasso di riempimento del 94 per cento. Tra i grandi Paesi europei, si va dal 99,7 per cento della Francia al 94,2 per cento della Spagna, passando per il 98,2 per cento della Germania e della Polonia. Il Belgio e il Portogallo sono al 100 per cento, mentre il Paese messo peggio, per quanto riguarda il livello di riempimento dei depositi, è la Lettonia, con il 56,9 per cento. Sotto il 90 per cento ci sono anche l’Ungheria con l’84,4 per cento e la Bulgaria con l’89,1 per cento. 

Va comunque considerato che i Paesi hanno capacità di stoccaggio diverse. Potenzialmente, l’Italia può infatti stoccare fino al 25 per cento di quanto consuma in un anno contro il 31 per cento della Francia, il 27 per cento della Germania, il 10 per cento della Spagna e il 16 per cento della Polonia. L’Austria è invece in grado di stoccarne più di quanto ne utilizza in un anno e la Lettonia addirittura il doppio. 

Considerando i consumi del 2021, l’attuale quantità di gas presente nei depositi dell’Unione europea basterebbe per coprire circa il 28 per cento del consumo annuo. 

Alcuni Paesi, come Grecia, Cipro, Slovenia, Irlanda, Estonia, Lituania e Finlandia, non hanno invece alcuna capacità di stoccaggio, ma hanno degli accordi di solidarietà con gli altri Stati membri dell’Unione europea.

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