Il fact-checking di Francesca Donato al Parlamento europeo

In un discorso molto criticato, l’europarlamentare ha detto che ci sono «molti dubbi» sulla strage di Bucha e che l’Onu sta indagando su crimini commessi dall’Ucraina
Pagella Politica
Il 6 aprile la parlamentare europea Francesca Donato, uscita dalla Lega lo scorso settembre, ha tenuto un discorso al Parlamento europeo sulla guerra in Ucraina. Donato – diventata nota per la disinformazione sui vaccini contro la Covid-19 – ha dichiarato che prima dello scoppio della guerra l’Ucraina non era un Paese «democratico»; che sulla strage di Bucha ci sono «molti dubbi»; e che il sottosegretario delle Nazioni unite, parlando al Consiglio di sicurezza dell’Onu, avrebbe riferito di «denunce di violenza sessuale da parte delle forze ucraine», su cui l’Onu starebbe indagando.

Il discorso è stato subito criticato dalla vicepresidente dell’aula, l’europarlamentare italiana del Partito democratico Pina Picierno. Al di là delle opinioni personali, che cosa c’è di vero in queste parole? Abbiamo verificato.

Quanto è democratica l’Ucraina

Secondo Donato, l’Ucraina non è una democrazia, avendo adottato prima della guerra «misure repressive nei confronti dei cittadini russofoni» – ossia i cittadini ucraini che parlano come prima lingua il russo – e delle «opposizioni». 

Definire il grado di democraticità di un Paese è un compito complesso, dato che molti fattori concorrono a determinare la vita democratica di uno Stato. Nelle ultime settimane, la tesi secondo cui l’Ucraina non sarebbe una democrazia è stata rilanciata anche negli Stati Uniti e analizzata dai nostri colleghi fact-checker del Washington Post. Secondo il quotidiano statunitense, prima della guerra l’Ucraina «presentava molti aspetti di una democrazia»: il presidente Volodymyr Zelensky, per esempio, è stato eletto nel 2019 con elezioni considerate regolari, e il Parlamento è composto sulla base dei voti degli elettori con un sistema misto, a metà tra proporzionale e maggioritario.

Il think tank indipendente Freedom House, specializzato proprio nell’analisi delle democrazie a livello globale, spiega inoltre che l’Ucraina ha portato a termine diverse riforme positive a partire dal 2014, aggiungendo però che la «corruzione rimane endemica, e le iniziative volte a combatterla sono solo parzialmente attive».

Inoltre, in Ucraina «attacchi contro giornalisti, attivisti della società civile e membri delle minoranze sono frequenti». Nel 2021 Freedom House ha definito l’Ucraina un «regime di transizione» o «ibrido»: gli elementi giudicati peggiori – in una scala da 1 a 7 – sono stati la corruzione e l’indipendenza della magistratura, entrambi valutati con 2,25 punti, mentre l’indipendenza dei media ha ricevuto 3,75 punti, il processo elettorale 4,5 e le attività della società civile 5 punti. 

Come riassunto dal Washington Post, la democrazia in Ucraina si trova dunque a metà del percorso democratico intrapreso da altre ex repubbliche sovietiche: in quanto a democraticità, l’Ucraina fa meglio per esempio di Russia, Bielorussia e Kazakistan, ma peggio di Estonia, Lettonia e Lituania. 

Per quanto riguarda la questione delle minoranze russofone, oltre alla guerra nella regione del Donbass scoppiata nel 2014, negli ultimi anni ci sono state in effetti tensioni in riferimento soprattutto alla questione linguistica. In Ucraina infatti la maggior parte della popolazione è bilingue: mentre l’ucraino è la lingua più parlata nell’ovest del Paese, il russo è molto diffuso a est.

Nel 2019, prima dell’elezione di Zelensky (che al tempo in pubblico parlava principalmente russo), il Parlamento ucraino ha approvato una criticata legge che attribuiva uno status privilegiato alla lingua ucraina rispetto a quella russa, e ne imponeva l’uso a tutti i dipendenti pubblici, compresi i soldati, i dottori e gli insegnanti. Successivamente l’obbligo è stato esteso anche ai lavoratori di ristoranti, negozi e attività del terzo settore.

I «dubbi» sulla strage di Bucha

Nel suo discorso, Donato ha poi commentato la strage di Bucha, una città ucraina nella regione di Kiev dove centinaia di civili sono stati uccisi dall’esercito russo. Secondo l’europarlamentare, al momento «ci sono molti dubbi» su quello che è successo a Bucha, e sarebbe quindi necessario «mandare un’inchiesta indipendente» a indagare sulla reale dinamica dei fatti e «sulle reali responsabilità» per le violenze a danno dei civili. 

Le prime immagini delle violenze hanno iniziato a circolare online il 1° aprile, quando le truppe russe hanno abbandonato la cittadina permettendo così ai giornalisti e alle organizzazioni internazionali di entrarvi e testimoniare che cosa stava succedendo. Numerosi video e immagini presentano infatti corpi di civili abbandonati ai lati della strada, alcuni con le mani legate dietro alla schiena, e altri sepolti sommariamente in fosse comuni. Gli ucraini hanno quindi accusato le forze russe di aver massacrato in modo indiscriminato i civili, un comportamento considerato come «crimine di guerra» dalle Nazioni Unite. 

Non appena i video della strage di Bucha hanno iniziato a diffondersi, le autorità russe hanno smentito ogni responsabilità nella morte dei civili, accusando le forze ucraine di aver «messo in scena» il massacro proprio per screditare l’operato russo. I nostri colleghi di Facta hanno spiegato più nel dettaglio perché le smentite russe, in base alle prove a oggi a disposizione, non stanno in piedi. 

Il Cremlino, per esempio, ha detto che i video che circolano sono falsi, perché in alcuni momenti è possibile vedere le salme che si muovono, spostando un braccio o addirittura alzandosi da terra. In realtà, in uno dei video più diffusi il presunto movimento del braccio è un effetto ottico causato da una goccia d’acqua sul vetro dell’auto da cui sono state effettuate le riprese, mentre in un altro l’illusione del corpo che si alza è data dalla distorsione prodotta dallo specchietto retrovisore.

Per sostenere la propria versione dei fatti la Russia ha anche sfruttato il fattore temporale: secondo Mosca, le sue truppe hanno lasciato Bucha il 30 marzo, mentre i video e le immagini sono state diffuse a partire dal 3 aprile. In quell’arco di tempo quindi gli ucraini avrebbero architettato il finto massacro. Anche in questo caso le cose non stanno così: i primi resoconti da Bucha sono stati pubblicati già il 1° aprile. Il New York Times ha inoltre analizzato immagini e video satellitari di Bucha, dimostrando che i corpi erano presenti già prima dell’arrivo delle forze ucraine. 

Il 4 aprile la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha comunque annunciato che l’Ue ha attivato un team investigativo in collaborazione con l’Ucraina per «raccogliere prove e indagare su possibili crimini di guerra e crimini contro l’umanità» avvenuti nel Paese.

Che cosa ha detto la sottosegretaria dell’Onu

Vediamo infine l’ultima dichiarazione di Donato, secondo cui l’Onu starebbe indagando su «denunce di violenza sessuale da parte delle forze ucraine».

Il 5 aprile la sottosegretaria generale del Dipartimento per gli affari politici e di peacebuilding (Dppa) dell’Onu Rosemary DiCarlo ha commentato la strage di Bucha, intervenendo alla riunione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, di cui la Russia è membro permanente. DiCarlo ha detto che dal suo ultimo intervento in quella sede, il 17 marzo, il numero di vittime civili in Ucraina è «più che raddoppiato», e ha definito la guerra in corso come «senza senso». 

Commentando le immagini arrivate da Bucha, la sottosegretaria ha detto che la città è stata sotto il controllo delle forze russe e che molti corpi sono stati ritrovati in fosse comuni. DiCarlo ha dichiarato (min. 6:00) che le Nazioni unite hanno ricevuto notizie relative a «violenze sessuali legate alla guerra perpetrate dalle forze russe», che includono «stupri di gruppo o davanti a bambini». Allo stesso tempo, DiCarlo ha sottolineato che sono arrivate accuse di violenze sessuali anche a carico delle forze ucraine, e la missione per il monitoraggio dei diritti umani delle Nazioni Unite in Ucraina sta cercando di «verificare tutte queste accuse».

È quindi vero, come sostenuto da Donato, che l’Onu sta investigando sia le forze russe che quelle ucraine per verificare alcune denunce di violenze sessuali ricevute a carico di entrambi gli schieramenti. 

Allo stesso modo, DiCarlo ha detto di aver ricevuto informazioni che incolpano sia l’esercito di Kiev che quello di Mosca di abusi sui prigionieri di guerra. «Assicurare le responsabilità e la giustizia per atti commessi durante la guerra non sarà facile, ma è essenziale», ha commentato la sottosegretaria del Dppa.
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