A che punto è il dibattito politico sui rider

La morte di un giovane lavoratore ha riportato d’attualità la necessità di tutelare meglio chi ha un rapporto di lavoro con le piattaforme digitali
ANSA/ MOURAD BALTI TOUATI
ANSA/ MOURAD BALTI TOUATI
Di recente, vari politici sono tornati a parlare delle condizioni di lavoro dei rider, e più in generale di chi lavora attraverso le piattaforme digitali, dopo la morte di Sebastian Galassi, studente e rider di 26 anni ucciso il 1° ottobre in un incidente stradale a Firenze.

Tra gli altri, il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, del Partito democratico, ha dichiarato che «occorre una legge nazionale che ponga i rider fra i lavoratori con tutte le tutele del contratto nazionale». Una posizione simile è stata presa anche dal sindaco di Firenze Dario Nardella, del Pd, e da esponenti di altri partiti, come la neo eletta senatrice di Sinistra italiana Ilaria Cucchi.

Da tempo è in corso un dibattito in Italia e in altri Stati europei su come inquadrare, da un punto di vista normativo, i lavoratori delle piattaforme digitali. Per quanto riguarda i rider, per esempio, le divisioni principali tra i sindacati e alcune delle aziende del settore riguardano il sistema di pagamento “a cottimo”, con cui un fattorino è pagato in base al numero di consegne effettuato, e se questo configuri un rapporto di lavoro dipendente o autonomo.

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza su come è regolato oggi il settore dei rider in Italia, quali sono le proposte per cambiarlo e di quanti e quali lavoratori stiamo parlando.

I rapporti di lavoro dei rider

In Italia, la regolamentazione dei rapporti di lavoro per i lavoratori delle piattaforme, e nello specifico per i rider, è una materia giuridica piuttosto recente. Poco prima della sua caduta, ad agosto 2019 il primo governo guidato da Giuseppe Conte ha approvato il cosiddetto “decreto Rider”, che ha modificato alcune norme introdotte nel 2015 dal governo di Matteo Renzi. In base alla nuova disciplina, i rider e gli altri lavoratori delle piattaforme digitali possono avere tutele diverse a seconda che la loro attività lavorativa sia classificata come etero-organizzazione, come lavoro autonomo oppure come lavoro subordinato, ossia dipendente.

In teoria, come spiega il sito del Ministero del Lavoro, i rapporti di collaborazione considerati come etero-organizzazione, a cui si estenderebbe la disciplina dei rapporti di lavoro subordinato, si concretizzano in prestazioni di lavoro «prevalentemente personali e continuative», le cui modalità esecutive sono organizzate dal committente «anche mediante piattaforme digitali». Messa così, la prestazione lavorativa dei rider dovrebbe essere riconosciuta come rapporto di lavoro subordinato. Ma, ed è questo forse il punto più controverso delle norme in vigore, come sottolinea lo stesso Ministero del Lavoro, «il ricorrere degli elementi caratterizzanti l’etero-organizzazione non determina di per sé una riqualificazione del rapporto in termini di lavoro subordinato». Sul lato opposto, rimane la possibilità che la prestazione dei rider sia riconosciuta come lavoro autonomo, con molte meno tutele rispetto a quelle che sarebbero garantite come lavoro dipendente.

A oggi, in Italia l’unica azienda di consegna di cibo a domicilio che riconosce i rider come lavoratori subordinati è Just Eat, che nel 2021 ha stipulato un contratto collettivo aziendale con i sindacati Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uil Trasporti. Le altre principali società del settore (tra cui Glovo, Deliveroo e Uber) non riconoscono i propri lavoratori come dipendenti e, finora, non sono riuscite a trovare un compromesso con i sindacati.

Dai tribunali al Parlamento

Visto che di fatto esiste ancora un vuoto normativo sulla tutela dei rider, negli ultimi mesi vari lavoratori si sono rivolti ai tribunali denunciando di sottostare a condizioni da lavoratori subordinati, ma di avere un contratto lavorativo che li classifica come lavoratori autonomi. Da Firenze a Bologna, passando per Milano, Torino e Palermo, le decisioni dei giudici hanno avuto esiti differenti, sebbene siano state espresse su casi simili. 

A febbraio 2022, per esempio, il Tribunale di Bologna ha stabilito che il lavoro di un rider non può essere considerato subordinato, dal momento che può rifiutare la proposta di ritiro e di consegna del cibo attraverso la piattaforma con cui lavora. Ad aprile 2022, invece, il Tribunale di Milano è giunto a una conclusione opposta, sentenziando che il lavoro di un rider non è comparabile a quello di un autonomo e che, anzi, ha caratteristiche tipiche del lavoro subordinato.

Nella legislatura appena conclusa, iniziata a marzo 2018, sono state presentate in Parlamento diverse proposte di legge per riconoscere a livello nazionale i rider e i lavoratori delle piattaforme come lavoratori dipendenti a tutti gli effetti. Ma nessuna proposta ha fatto significativi passi in avanti. Nel 2019 almeno quattro consigli regionali (Marche, Emilia-Romagna, Piemonte e Umbria) hanno presentato in Parlamento proposte per introdurre una legge nazionale per regolamentare con maggiore chiarezza i rapporti di lavoro con le piattaforme digitali attraverso un contratto collettivo nazionale. 

A giugno 2022, al Senato è stato assegnato l’esame di un disegno di legge, presentato da parlamentari di vari schieramenti, contenente «disposizioni volte a tutelare il lavoro nei casi di utilizzo di piattaforme digitali e a contrastare i fenomeni di sfruttamento lavorativo». Tra le altre cose, l’obiettivo del testo, il cui iter si è poi interrotto con la fine anticipata della legislatura, era quello di stabilire nuovi criteri per la  classificazione del lavoro subordinato.

Sui rider è intervenuta anche la Commissione europea, che a dicembre 2021 ha presentato una proposta di direttiva per regolamentare meglio i rapporti di lavoro dei lavoratori delle piattaforme digitali. Il testo prevede una serie di criteri per determinare se una piattaforma di lavoro digitale esercita un controllo su una persona attraverso un rapporto di lavoro subordinato. Il provvedimento è al momento in esame al Parlamento europeo. Nel caso in cui il testo fosse definitivamente approvato, spetterebbe comunque ai singoli Stati membri definire come vadano raggiunti gli obiettivi della direttiva attraverso disposizioni nazionali. Alcuni Paesi hanno giocato d’anticipo: ad agosto 2021, per esempio, la Spagna ha approvato una legge che obbliga alle società di consegna a domicilio di assumere i propri lavoratori come dipendenti.

Chi sono i lavoratori delle piattaforme digitali

Chi sono i rider? Come si articola il loro rapporto con il datore di lavoro, ossia le piattaforme digitali? Per comprenderlo è utile analizzare il report dell’Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (Inapp), basato su un’indagine svoltasi tra marzo e luglio 2021.

«Lo scenario descritto sembra restituirci, con nettezza, una visione del lavoro su piattaforma lontano da stereotipi o facili narrazioni, che rappresentano un lavoro libero, indipendente e creativo tipico della sharing economy», spiega il rapporto nelle sue conclusioni. «Si configura invece come una forma di lavoro fortemente controllata, svolta nei tempi e nei modi stabiliti dalla piattaforma, per molti unica scelta in assenza di alternative occupazionali, pagata spesso a cottimo e il cui guadagno risulta importante per chi lo esercita. Un lavoro povero, quindi, paradigmatico della sempre più ampia diffusione anche in Italia del fenomeno della gig economy».

Secondo Inapp, in Italia sarebbero circa 570 mila le persone che offrono prestazioni lavorative attraverso le piattaforme digitali. Questa categoria, oltre ai rider, include, anche chi si occupa di altre mansioni, come la consegna di pacchi non alimentari a domicilio e lo svolgimento di altri compiti online. Nel complesso, due terzi dei lavoratori lavorano per le cosiddette “piattaforme location-based”, dove le mansioni sono assegnate e svolte in una località specifica, mentre un terzo svolge attività lavorative solamente sul web. Oltre tre lavoratori su quattro del totale sono uomini.

Rispetto al 2018, è cresciuto molto il numero di chi dichiara «essenziale» e «importante» il reddito ottenuto dal lavoro su piattaforma: quattro anni fa valeva per il 49 per cento di questo tipo di lavoratori, nel 2021 per oltre l’80 per cento degli intervistati. Più nello specifico, 274 mila occupati considerano il lavoro con la piattaforma la loro attività principale, mentre per 139 mila occupati è un’attività secondaria. Circa 157 mila lavoratori occasionali, composti da disoccupati o da inattivi (ossia che non studiano e non cercano lavoro), vedono nella prestazione di lavoro su piattaforma digitale solo un’opportunità per guadagnare qualcosa di più.

Per quanto riguarda l’inquadramento, solo un lavoratore su dieci (l’11 per cento) ha un contratto lavorativo da dipendente. Circa la metà degli intervistati ha dichiarato di aver scelto di lavorare con le piattaforme digitali per l’assenza di altre possibilità di lavoro.

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