​Da che parte stanno partiti e governo nella crisi ucraina

Dopo settimane di crescenti tensioni, il 21 febbraio il presidente russo Vladimir Putin ha riconosciuto le due autoproclamate repubbliche ucraine del Donbass, Donetsk e Lugansk, che dal 2014 sono in parte occupate da separatisti filorussi. Il giorno successivo gli Stati Uniti, l’Unione europea e il Regno Unito hanno colpito la Russia con una serie di sanzioni economiche.

In questo scenario, qual è la posizione dei principali partiti italiani sulla crisi, che rischia ancora di sfociare in una guerra? E quella del governo? Abbiamo messo un po’ di ordine nelle dichiarazioni fatte nelle ultime ore. Il quadro è piuttosto frammentato e non mancano le posizioni ambigue.

Le condanne del centrosinistra allargato

Fino ad oggi, il Partito democratico è quello che si è espresso in maniera più decisa sulla crisi in corso, condannando l’invasione russa dei territori del Donbass e condividendo la linea dettata dall’Ue.

Il 21 febbraio, durante la Direzione nazionale del Pd, il segretario Enrico Letta ha per esempio detto che «l’uso della forza e della morte per cambiare i confini è tutto ciò contro cui per una democrazia vale la pena lottare», aggiungendo: «La scelta di Putin di riconoscere il Donbass è inaccettabile, Italia e Unione europea devono condannarla». Il Pd ha inoltre richiesto la convocazione del Parlamento proprio per discutere della «situazione straordinaria» che si è creata nell’est Europa.

Anche il Movimento 5 stelle ha accolto la linea europea, seppur con qualche riserva. Il 22 febbraio il leader Giuseppe Conte ha affermato, parlando con la stampa, che «l’Unione deve rispondere con una sola voce, in modo compatto» alla crisi, aggiungendo che la decisione di inasprire le sanzioni nei confronti della Russia «ci sta tutta». Allo stesso tempo però Conte ha ribadito che è importante mantenere aperta la linea del dialogo e «valutare anche il nostro interesse nazionale».

Ricordiamo che il “Contratto di governo” firmato a maggio 2018 da M5s e Lega, a sostegno del primo governo Conte, aveva promesso, tra le altre cose, di eliminare le sanzioni imposte dall’Ue alla Russia nel 2014, in seguito all’annessione della Crimea (promessa poi non mantenuta).

Per ora, il leader Matteo Renzi non ha commentato la situazione ucraina, preferendo concentrarsi sui casi giudiziari in cui è implicato. Nel prossimo fine settimana è comunque convocata a Roma l’assemblea del partito, durante la quale si parlerà «di tutto», ha promesso Renzi, «dalla crisi ucraina all’inflazione». Laura Garavini, senatrice di Iv e responsabile Esteri del partito, ha condannato le azioni russe e affermato che «sanzioni immediate e una risposta compatta di tutti gli alleati occidentali» rappresentano una risposta «giusta ed efficace nei confronti del Cremlino».

Il segretario di Sinistra italiana Nicola Fratoianni ha espresso la sua posizione il 22 febbraio, ospite su La7, quando ha criticato sia le mosse di Putin che quelle della Nato, oltre alla mancanza di forza dimostrata dall’Ue, incapace a suo dire di imporre la propria visione sugli interessi russi e statunitensi.

Che cosa ha detto il centrodestra

Mentre Pd, M5s e Iv si sono nel complesso dichiarati favorevoli all’inasprimento delle sanzioni economiche verso la Russia, più ambigue sono state finora le posizioni espresse dal centrodestra.

Negli ultimi giorni il leader della Lega Matteo Salvini ha ricordato l’importanza del «dialogo» con la Russia, per evitare che il Paese venga «regalato alla sfera d’influenza cinese». Secondo l’ex ministro dell’Interno, le sanzioni dovrebbero essere «l’ultima delle soluzioni, anche perché l’Italia sarebbe quella che ci rimetterebbe di più» in termini economici. Salvini in passato ha più volte elogiato Putin, approvando per esempio l’annessione della Crimea nel 2014 e dichiarando, l’anno successivo, che avrebbe volentieri ceduto «due Mattarella in cambio di mezzo Putin» per quanto riguarda la gestione dei flussi migratori.

Il tema della dipendenza italiana dalla Russia in ambito energetico è uno dei nodi principali dell’intero dibattito. Nel 2019 il 47,1 per cento del gas importato dal nostro Paese è arrivato dalla Russia, percentuale poi calata leggermente al 43,3 per cento nel 2021. Secondo il deputato di Fratelli d’Italia Andrea Delmastro, l’Europa dovrebbe «superare la sterile logica delle sanzioni che danneggia le nostre imprese», soprattutto perché un eventuale taglio o riduzione delle forniture di gas naturale potrebbe creare «il più grosso shock energetico di cui abbiamo memoria» (min. 0:50). D’accordo anche la leader Giorgia Meloni, secondo cui è necessario valutare l’efficacia delle sanzioni e puntare su quelle che «colpiscono il meno possibile l’economia».

Secondo Antonio Tajani, vicepresidente di Forza Italia, le sanzioni alla Russia «sono inevitabili» ma devono essere «proporzionate alle violazioni del diritto internazionale», e serve comunque lavorare a una «soluzione diplomatica» per evitare di compromettere l’economia.

Con l’eccezione di Forza Italia, le reazioni del centrodestra sono arrivate dopo diverse ore dall’entrata delle forze russe nel Donbass. Nei giorni precedenti infatti sia Salvini che Meloni hanno preferito concentrarsi su altre tematiche, come i migranti, la sicurezza o la pandemia.

E il governo?

Negli ultimi giorni il presidente del Consiglio Mario Draghi ha modificato la propria posizione nei confronti della crisi ucraina in base all’evoluzione della situazione sul campo.

Il 18 febbraio, quando l’Ue stava già valutando le opzioni sul tavolo ma la Russia non aveva ancora mosso le proprie truppe sul terreno al di là dei confini ucraini, Draghi aveva chiesto che eventuali sanzioni imposte nei confronti di Mosca escludessero le importazioni di energia, una condizione che però avrebbe certamente depotenziato l’impatto complessivo dell’intervento europeo. La mossa ha attirato alcune critiche da parte della stampa internazionale, ma allo stesso tempo la vicepresidente americana Kamala Harris ha affermato di capire le preoccupazioni italiane.

Il 22 febbraio, in occasione dell’insediamento di Franco Frattini come nuovo presidente del Consiglio di Stato e dopo la decisione russa di riconoscere le repubbliche separatiste del Donbass, Draghi ha invece condannato la condotta del Cremlino e aperto alle ritorsioni occidentali, affermando: «La via del dialogo resta essenziale, ma stiamo già definendo nell’ambito dell’Unione Europea misure e sanzioni nei confronti della Russia».

In quel momento rimaneva ancora in programma un incontro tra Draghi e Putin a Mosca, ipotesi che sembra però essere sfumata nelle ore successive. Il 23 febbraio, riferendo al Senato, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha infatti precisato che «non potranno esserci ulteriori incontri bilaterali» con i vertici russi «finchè non ci saranno segnali allentamento delle tensioni». A Palazzo Madama Di Maio ha poi ribadito il sostegno dell’Italia «all’integrità e alla piena sovranità territoriale dell’Ucraina», e ha invitato tutte le parti a «tornare al tavolo negoziale nelle forme appropriate». Per quanto riguarda le sanzioni, il ministro ha affermato che queste devono essere «sostenibili, proporzionate e graduali», aggiungendo che il governo è consapevole «di pagare un prezzo importante per la tutela di valori e principi comuni non negoziabili».

Nei giorni precedenti Di Maio aveva definito «inaccettabile» il riconoscimento e la successiva invasione da parte della Russia delle due repubbliche nel Donbass. Come capo della Farnesina, Di Maio si è allineato alle posizioni europee e ha contribuito ad approvare l’imposizione di sanzioni economiche nei confronti della Russia.
Newsletter

I Soldi dell’Europa

Ogni due settimane
Il lunedì, le cose da sapere sugli oltre 190 miliardi di euro che l’Unione europea darà all’Italia entro il 2026.

Ultimi articoli