Dal re a Mattarella, le consultazioni per formare i governi hanno una lunga storia

Fra pochi giorni il presidente della Repubblica inizierà i colloqui per la formazione del nuovo governo, una prassi nata oltre un secolo fa
ANSA
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Nei prossimi giorni, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella darà inizio alle cosiddette “consultazioni”, una serie di colloqui con gli esponenti dei partiti in Parlamento per individuare la persona che dovrà formare e guidare il nuovo governo. In Italia, lo ricordiamo, il presidente del Consiglio non è eletto direttamente dai cittadini, ma è nominato dal presidente della Repubblica sulla base dei voti presi dai partiti alle elezioni. Un nuovo governo deve poi ottenere la fiducia della Camera e del Senato, ossia ricevere il sostegno della maggioranza dei membri delle due aule.

Al netto di quelle che saranno le scelte di Mattarella, le consultazioni non sono regolate né dalla Costituzione né da norme o leggi specifiche, ma sono una prassi della politica italiana consolidatasi nel tempo. Come funzionano le consultazioni? E qual è la loro storia? Abbiamo fatto un po’ di chiarezza.

Come funzionano le consultazioni

All’articolo 92, la Costituzione stabilisce soltanto che «il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri». Esplicitamente, dunque, non prevede una fase di consultazioni. Queste ultime si svolgono dopo le elezioni politiche oppure dopo la caduta di un governo, secondo una prassi consolidata negli anni.

In base a questa prassi, il presidente della Repubblica convoca nella Sala delle Vetrate del Quirinale i capi dei gruppi parlamentari, che rappresentano i partiti in Parlamento, insieme ai leader dei partiti; i presidenti di Camera e Senato e gli ex presidenti della Repubblica, anche se non è escluso che possa consultare anche altre personalità. «Questo avvenne in un solo caso, a luglio 1964, quando per risolvere la crisi del primo governo guidato da Aldo Moro l’allora presidente della Repubblica Antonio Segni convocò al Quirinale il capo di Stato maggiore Aldo Rossi e il comandante generale dell’arma dei Carabinieri Giovanni De Lorenzo, ex capo del Servizio segreto militare, suscitando una polemica furiosa, dato che la prassi prevede colloqui unicamente con politici e rappresentanti del popolo», ha spiegato a Pagella Politica Paolo Pombeni, professore emerito di Storia dei sistemi politici europei all’Università di Bologna.  

La durata delle consultazioni e l’ordine in cui sono convocati i vari esponenti politici sono decisi di volta in volta dallo stesso presidente della Repubblica, e variano a seconda della situazione politica e dai rapporti di forza tra partiti. Per esempio, nel 2016, dopo le dimissioni del governo guidato da Matteo Renzi, le consultazioni iniziarono l’8 dicembre e terminarono tre giorni dopo, con l’assegnazione dell’incarico di formare un governo a Paolo Gentiloni (Partito democratico). Durante quelle consultazioni, il presidente della Repubblica Mattarella ricevette per primo l’allora presidente del Senato Piero Grasso, seguito dalla presidente della Camera Laura Boldrini, dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e poi dai rappresentanti dei partiti. 

Due anni dopo, in seguito alle elezioni politiche del 2018, complice la situazione di stallo tra i partiti, Mattarella dovette svolgere tre giri di consultazioni prima di assegnare a Giuseppe Conte l’incarico di formare un nuovo esecutivo, poi sostenuto da Lega e Movimento 5 stelle. In quell’occasione, il primo giro di consultazioni si aprì il 4 aprile 2018 con la convocazione dell’allora presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, e terminò il giorno seguente, il 5 aprile, con con i rappresentanti dei gruppi di Camera e Senato del Movimento 5 stelle. Nel secondo giro di consultazioni, che iniziò il 12 aprile, l’ordine dei convocati al Quirinale cambiò: i primi a essere ascoltati dal presidente della Repubblica furono i rappresentanti dei gruppi parlamentari delle autonomie, seguiti dagli altri gruppi parlamentari, e per ultimi vennero ricevuti i presidenti delle due camere. 

Terminati i colloqui con i rappresentanti istituzionali e quelli dei partiti, le consultazioni possono concludersi in vari modi, a seconda che il loro esito sia positivo o negativo. 

In caso di esito positivo, e quindi di sostanziale accordo tra i partiti, il presidente della Repubblica dà l’incarico di formare un nuovo governo direttamente alla persona che, su indicazione dei gruppi di maggioranza, può costituire un esecutivo e ottenere la fiducia dal Parlamento. In caso di esito negativo, invece, il presidente della Repubblica può assegnare a una figura terza, magari estranea alla politica, un “mandato esplorativo”. «Il mandato esplorativo viene di solito affidato al presidente del Senato oppure al presidente della Camera e serve per verificare la presenza di una maggioranza parlamentare che possa sostenere un governo», ha spiegato Pombeni. Ad aprile 2018, per esempio, prima di dare l’incarico di formare un governo a Conte, Mattarella affidò un mandato esplorativo prima alla presidente del Senato Alberti Casellati e, in seguito, al presidente della Camera Roberto Fico. 

Nel caso in cui non si riuscisse a trovare una figura che metta d’accordo i partiti in Parlamento, il presidente della Repubblica può indire elezioni anticipate e ridare la parola agli elettori.

Un po’ di storia

Le origini della pratica delle consultazioni risalgono a prima della nascita della Repubblica, quindi prima del 1946. «Le consultazioni venivano svolte già durante il Regno d’Italia, perché il re, prima di assegnare l’incarico a un presidente del Consiglio, doveva consultarsi con i rappresentanti dei cittadini in Parlamento», ha sottolineato Pombeni.

Per esempio, il 20 marzo 1911 il titolo di prima pagina del quotidiano La Stampa era dedicato all’inizio delle consultazioni da parte del re Vittorio Emanuele III per risolvere la crisi di governo innescata dalla caduta del governo guidato da Giovanni Luzzatti, all’epoca esponente della Destra storica.
Immagine 1. La prima pagina de La Stampa del 20 marzo 1911. Fonte: Archivio storico La Stampa
Immagine 1. La prima pagina de La Stampa del 20 marzo 1911. Fonte: Archivio storico La Stampa
La prassi delle consultazioni si tramandò anche nell’Italia repubblicana. «Per quasi 40 anni, dal 1948 fino al 1981, il partito dominante in Italia è stato la Democrazia cristiana e quest’ultima, durante le consultazioni, era solita presentare al presidente della Repubblica una rosa di possibili presidenti del Consiglio, che spesso rappresentavano le varie correnti del partito», ha spiegato Pombeni.

Dagli anni Ottanta in poi, le consultazioni non furono più dominate dagli esponenti democristiani. Nel 1981 l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini affidò l’incarico di formare un nuovo governo al senatore del Partito repubblicano italiano Giovanni Spadolini, che diventerà di lì a poco il primo presidente del Consiglio non democristiano e il primo a guidare un governo del cosiddetto “pentapartito”, come comunemente era chiamata la maggioranza parlamentare formata da Democrazia cristiana, Partito socialista italiano, Partito socialdemocratico italiano, Partito repubblicano italiano e Partito liberale italiano.
Immagine 1. La prima pagina de La Stampa del 24 giugno 1981. Fonte: Archivio storico La Stampa
Immagine 1. La prima pagina de La Stampa del 24 giugno 1981. Fonte: Archivio storico La Stampa

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