Anche il Senato avrà un (criticato) codice di condotta

Il testo, in attesa dell’approvazione dell’aula, non piace al Movimento 5 stelle, che voleva regole più stringenti, simili a quelle in vigore alla Camera
ANSA/GIUSEPPE LAMI
ANSA/GIUSEPPE LAMI
Il 26 aprile il Consiglio di presidenza del Senato, ossia il vertice amministrativo di Palazzo Madama, ha approvato un codice di condotta che, una volta ricevuto il via libera dall’aula, dovrà essere rispettato da tutti i senatori. Un testo simile era già stato adottato nel 2016 dalla Camera dei deputati. 

Il codice di comportamento – non ancora disponibile sul sito di Palazzo Madama, ma il cui contenuto è stato visionato da Pagella Politicaè stato subito criticato sui social dalla senatrice del Movimento 5 stelle Laura Bottici, membro del Consiglio di presidenza del Senato.
Il partito guidato da Giuseppe Conte chiedeva infatti che i senatori fossero costretti dal regolamento a seguire regole più stringenti rispetto a quelle approvate, ispirandosi a quanto indicato l’anno scorso dal Group of States against corruption (Greco), un organismo del Consiglio d’Europa (che, ricordiamo, non è un’istituzione dell’Unione europea e non va confuso con il Consiglio dell’Ue e il Consiglio europeo). 

Ma che cosa contiene il nuovo codice di condotta del Senato? E in che cosa differisce rispetto a quello della Camera?

Il dibattito sugli obblighi di trasparenza

Il testo licenziato dal Consiglio di presidenza del Senato è composto da otto articoli, che spaziano dagli «obblighi generali di condotta» a quelli di trasparenza, passando per le disposizioni sul conflitto di interessi. Queste norme di comportamento sono piuttosto generiche e meno dettagliate di quelle in vigore alla Camera. «Soltanto il Movimento 5 stelle ha espresso critiche», ha sottolineato Bottici a Pagella Politica. «Nessun’altra forza politica ha presentato emendamenti al codice di condotta».

L’articolo 1 stabilisce che il nuovo codice «si applica ai senatori limitatamente alle funzioni esercitate nello svolgimento del mandato parlamentare». L’articolo 2 ribadisce invece quanto già previsto dall’articolo 67 della Costituzione, ossia che i senatori «esercitano senza vincolo di mandato la funzione rappresentativa, agendo con disciplina e onore, nel rispetto dei principi di trasparenza, integrità e responsabilità, al fine di prevenire qualsiasi azione o comportamento che possa compromettere il prestigio del Senato». La carica di senatore non può poi in nessun caso essere utilizzata per «ottenere vantaggi finanziari diretti o indiretti o altri benefici» che possano alterare la sua libertà di voto in Parlamento.

Un punto particolarmente discusso del codice di condotta riguarda gli obblighi di trasparenza (art. 3), che per il Movimento 5 stelle sarebbero dovuti essere più stringenti, o almeno più simili a quelli in vigore alla Camera. In base al testo approvato dal Consiglio di presidenza, per esempio, i senatori non saranno obbligati a rendere pubblico nessun finanziamento – neppure quelli superiori ai 3 mila euro, come richiesto dal M5s – mentre alla Camera è obbligatorio dichiarare quelli superiori ai 5 mila euro.

Doni e sanzioni

Anche la questione sui doni ricevuti dai senatori, regolata dall’articolo 5, ha creato discussioni. Secondo il testo approvato dal Consiglio di presidenza del Senato, i senatori devono verificare che «il valore dei doni accettati nell’esercizio delle proprie funzioni sia conforme alle consuetudini di cortesia». Una formulazione piuttosto vaga, soprattutto se confrontata con quella contenuta nel codice di condotta della Camera: qui i deputati non possono accettare doni per un valore superiore ai «250 euro», fatta eccezione per i rimborsi spese in viaggi e alloggi, su cui comunque vigila l’Ufficio di presidenza di Montecitorio.

Tra le varie proposte di modifica, il Movimento 5 stelle chiedeva di obbligare i senatori, attraverso il codice di condotta, a dichiarare i finanziamenti ricevuti oltre i 3 mila euro annui e di dover rifiutare doni per un valore superiore ai 250 euro, come previsto dal codice di condotta della Camera (dove vige anche l’obbligo di dichiarare finanziamenti superiori ai 5 mila euro). 

Per quanto riguarda i doni, nel nuovo codice del Senato non si fa riferimento a nessun valore monetario, ma si indica che i senatori dovranno valutare se i regali ricevuti siano conformi «alle consuetudini di cortesia». Anche qui, dunque, si è preferito optare per un’indicazione vaga, piuttosto che determinare una soglia monetaria.

Infine, i senatori garantiscono (articolo 7) che, nel svolgere le loro funzioni, i loro comportamenti «non siano contrari al buon costume e non risultino lesivi del prestigio» del Senato. Altrimenti il rischio è quello di incorrere in sanzioni (articolo 8), che possono essere comminate dal Consiglio di presidenza di Palazzo Madama, seguendo l’articolo 67 del Regolamento del Senato. Qui si stabilisce che un senatore può essere escluso dai lavori parlamentari «per un periodo non superiore a dieci giorni».

La questione dei lobbisti

Come anticipato, il Movimento 5 stelle ha espresso diverse critiche al codice di condotta approvato dal Consiglio di presidenza del Senato. Tra le altre cose, il M5s chiedeva un maggiore impegno per obbligare i senatori a rendere più trasparenti i loro rapporti con i lobbisti, ossia quelle persone che, pur senza avere un potere politico, possono influenzare le decisioni di governo e Parlamento.

Al momento, proprio in Senato, è all’esame la proposta di legge per regolamentare le attività di lobby, che a gennaio ha ricevuto il via libera della Camera. Per rendere più rapido il processo di revisione del testo, la Commissione Affari costituzionali del Senato ha deciso di costituire una sorta di “comitato ristretto”, formato solo da alcuni dei suoi membri, che lavorerà su eventuali modifiche da introdurre nella proposta. Secondo diverse associazioni, questa decisione rischia però di compromettere la trasparenza delle discussioni su alcuni punti del testo, ritenuti fondamentali per regolamentare al meglio i lobbisti. Le critiche principali sostengono infatti che l’attuale testo tuteli alcuni interessi più di altri. Fosse approvata nella forma in cui è scritta ora, la legge non si applicherebbe, tra gli altri, alle organizzazioni sindacali, come la Cgil, ma anche a quelle imprenditoriali, come Confindustria.
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