La Camera rischia di funzionare male dopo le elezioni

I partiti non hanno trovato un accordo per modificare il regolamento dei deputati, cosa invece successa in Senato. Gli effetti del taglio dei parlamentari potrebbero essere negativi
ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI
ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI
Il 25 settembre sono in programma le elezioni per rinnovare i membri del Parlamento, che passeranno dagli attuali 945 a 600, dopo l’approvazione nel 2020 della riforma costituzionale del taglio dei parlamentari. Negli scorsi mesi, sia la Camera sia il Senato sono corsi ai ripari per far fronte alla riduzione del numero dei deputati e dei senatori, cercando di modificare i loro regolamenti interni e adeguarli al taglio dei parlamentari. Questi regolamenti sono molto importanti, perché, nel rispetto della Costituzione, stabiliscono le norme sul funzionamento e l’organizzazione delle due camere, quelle sulle varie fasi del procedimento legislativo, e i doveri e i diritti dei parlamentari. Gli attuali regolamenti risalgono a circa 50 anni fa, al 1971, ma negli anni sono stati più volte modificati e aggiornati.

A meno di un mese dal voto, c’è però un problema non da poco: a fine luglio, il Senato ha approvato definitivamente la modifica del suo regolamento interno, mentre alla Camera i partiti non sono riusciti a trovare un accordo. Salvo sorprese, questo potrebbe avere conseguenze negative sul funzionamento di Montecitorio nelle settimane successive al voto.

Che cosa è successo alla Camera

La Giunta per il regolamento della Camera, che ha il compito di discutere le modifiche alle regole interne prima di sottoporle all’aula, si è riunita l’ultima volta il 9 agosto, presieduta dal presidente della Camera Roberto Fico. In quell’occasione, Fico aveva preso atto «con rammarico» che non c’erano i presupposti per procedere con una riforma del regolamento interno della Camera. Nei mesi precedenti, erano stati incaricati di presentare un testo di compromesso, tra le volontà dei vari partiti, i deputati Emanuele Fiano (Partito democratico) e Simone Baldelli (Forza Italia). La proposta era arrivata a fine aprile ed era stata fissata all’11 maggio la scadenza per presentare eventuali modifiche al testo. 

Nei mesi successivi, i partiti non hanno trovato un punto di sintesi, cosa invece avvenuta al Senato. Durante la seduta del 9 agosto, il deputato di Liberi e Uguali Federico Fornaro aveva individuato «due problemi preliminari» che impedivano l’approdo in aula del regolamento riformato: il primo era l’assenza, appunto, di un’«intesa» tra i partiti sulle modifiche regolamentari da approvare; il secondo era la difficoltà di assicurare a settembre, «in piena campagna elettorale e in prossimità del voto», la maggioranza assoluta nell’aula della Camera, necessaria per confermare la riforma.

Secondo Baldelli, intervistato il 9 agosto da Radio Radicale, il mancato accordo è un «pasticcio», frutto dell’opposizione del Partito democratico, che «all’ultimo minuto si è sfilato». «Non avremo il nuovo regolamento della Camera in questa legislatura: abbiamo dovuto prendere atto questa mattina che da parte del Pd e Italia viva non c’è alcuna volontà di approvare le disposizioni prima delle prossime elezioni», avevano dichiarato lo stesso giorno in una nota i parlamentari del M5S Valentina Palmisano e Eugenio Saitta, membri della giunta.

Quali conseguenze negative potrà avere questo mancato accordo? «In primo luogo ci sarà una penalizzazione delle formazioni politiche più piccole che, senza la rimodulazione delle soglie numeriche, avranno maggiore difficoltà a costituire dei gruppi autonomi», ha sottolineato Openpolis, una fondazione che promuove maggiore trasparenza nella politica. Per esempio, con l’attuale regolamento alla Camera per formare un gruppo parlamentare servono almeno 20 deputati, mentre la richiesta di un voto a scrutinio segreto deve essere presentata da almeno 30 deputati. Con il passaggio da 630 a 400 deputati, queste soglie rischiano di essere troppo alte. 

«Inoltre potrebbe essere necessaria una revisione del numero e delle competenze delle commissioni», ha spiegato Openpolis, facendo riferimento alle commissioni parlamentari, che esaminano le proposte di legge prima che arrivino in aula. «Un passaggio che sarebbe necessario per garantire l’adeguata rappresentanza di tutte le componenti politiche in ogni consesso, oltre che per assicurare la loro corretta ed efficace operatività».

La riforma del regolamento del Senato

Come anticipato, problemi simili li avrebbe avuti anche il Senato, che però è intervenuto per tempo, approvando a fine luglio la riforma del suo regolamento. 

Tra le novità principali del testo, ci sono la riduzione del numero di commissioni da 14 a 10, la ridefinizione di alcune soglie numeriche e l’introduzione di alcune norme per scoraggiare il cosiddetto “trasformismo parlamentare”. Il nuovo regolamento prevede infatti che i senatori che cambiano gruppo parlamentare di appartenenza nel corso della legislatura risulteranno poi non iscritti a nessun gruppo parlamentare, se entro tre giorni dalla loro uscita non abbiano aderito a un altro gruppo.
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